Competenze per fare cosa?

Riprendo qui un’aggregazione di pezzi di una conversazione fatta con una collega e amica sulla questione “competenze”: quella conversazione mi ha consentito di precisare, anche dal punto di vista concettuale, la mia visione di “competenza” . Il nocciolo della questione riguarda il ruolo dei saperi, la loro trattazione didattica integrata e, infine, il ruolo delle “discipline” (tema, quest’ultimo, sul quale sarà utile ritornare.

Apro una mia riflessione. Io non sono tanto d’accordo sul fatto che la competenza, al singolare, non sia il fine della scuola. La scuola deve formare alla competenza. Credo che proprio a nessuno venga in mente che la scuola debba diplomare individui incompetenti. Il punto non è legato al fine, allo scopo, ma alla “visione”, alla “definizione” di competenza. Se tu assegni un perimetro semantico alla competenza, o meglio alle competenze -non a caso plurali e diverse- significa anche che quel perimetro lo riempi di contenuti e lo delimiti con definizioni ben precise -come in realtà è avvenuto-. A quel punto i saperi diventano funzioni che ti servono per raggiungere e realizzare i contenuti definiti dentro a quel perimetro e tu selezioni solo i saperi che ti servono (pensa al curricolo STEM; pensa alla priorità assegnata alle discipline tecnologiche e giuridico-economiche rispetto al curricolo umanistico, ad esempio) a raggiungere quei fini. Diversamente, se il fine è formare in modo competente rispetto a saperi, significa che si lavora per sviluppare competenza nella costruzione di conoscenza e nelle abilità da essa generate. Possibilmente in modo integrato. E quindi i saperi occupano la posizione centrale, mentre la competenza è il come, graduato, tu padroneggi quei saperi, operi attraverso quei saperi, con quanta consapevolezza e con quanta creatività riesci a usare gli strumenti e le risorse che hai per fini diversi.  Tieni presente che la suddivisione della conoscenza in discipline segmentate e delimitate ha radici storiche e culturali  (razionalismo e illuminismo prima, positivismo dopo) ed è finalizzata ad un apprendimento, chiamiamolo “semplificato” (= più facilmente approcciabile). L’interdisciplinarità che permette di cogliere la complessità del mondo di oggi (ma il mondo è sempre stato complesso: semplicemente non c’era la tecnologia che a questo mondo desse simultaneamente accesso) dovrebbe essere non un punto di partenza, ma un percorso, secondo me, e anche molto graduale , perché ho i miei dubbi che la mente di un quattordicenne riesca a cogliere la complessità. Io rifletto da molto su questo problema, perché il nocciolo della questione, che è un cambio di paradigma e la gente non se ne accorge, è tutto qui. 

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