Riemergo, provvisoriamente, dal social-letargo.

Due post su Facebook stamattina mi hanno fatto tornare un po’ di voglia di social network; forse hanno toccato un nervo ancora scoperto: il senso delle tecnologie nella didattica.

Tema vecchissimo e sempre controverso tra demagogia, illusione e propaganda e pochi sprazzi di pensiero lucido.

Il casus belli è sempre lo stesso: le LIM, tanto amate quanto detestate. Amate prevalentemente da chi ne fa un busines e da qualche utilizzatore consapevole; detestate (si fa per dire, per dare enfasi al discorso; in verità … chi se ne frega!) *.

Inizia Pier Cesare Rivoltella con un post nel suo blog (http://piercesare.blogspot.com/2010/12/la-scuola-le-lim-e-i-guerrieri-nel.html) in cui ribadisce che:

  1. Non è facile fare innovazione quando l’età media degli insegnanti italiani è di 46 anni. In sostanza, dico io: si fa poca o nulla innovazione.
  2. Limitata informatizzazione delle scuole e relegata prevalentemente in spazi informatici. In sostanza, dico io: la “scuola digitale” è sola propaganda
  3. La “soddisfazione” che emerge dagli studi va “interpretata”. In sostanza, dico io: ciò che genera soddisfazione agli utilizzatori di LIM non è dovuta alla LIM ma ad un insieme di altre forze.

Rivoltella, inoltre, afferma che:

… la maggior parte degli insegnanti la valuti [la lim] positivamente in relazione a due funzioni: il fatto che si presume faciliti la comunicazione e che risulti accattivante per gli allievi

Si presume, infatti.

Pier Cesare continua e spiega:

Qui gli insegnanti più che provare a cogliere due “leve” della LIM, mi pare che proiettivamente ripongano in essa la loro speranza di poter confezionare una didattica maggiormente efficace: in buona sostanza più che di caratteristiche della LIM stiamo parlando di due aspettative diffuse degli insegnanti da ricondurre alle loro principali difficoltà. Tali difficoltà sono indubbiamente da cercare nella comunicazione con i ragazzi (sono così diversi, così lontani, da come eravamo noi… noi “immigranti” e loro “nativi” – su questo cfr. i miei ultimi post) e nella motivazione: la tecnologia come attrazione, come focus di una nuova curiosità, come ingrediente per rendere interessante la scuola.

Altra “verità” rivelata da Rivoltella:

In seconda istanza, balza all’occhio il dato relativo all’uso della LIM, anche in questo caso nella grande maggioranza dei casi consegnato ad attività frontali e di rappresentazione della conoscenza. La LIM come appunto una lavagna

Credo che, alla luce di questi dati e di queste interpretazioni, si possa concludere che … il re è nudo, o meglio, la LIM è nuda. Non ha alcun attributo di quelli appiccicatole adosso: tante chiacchiere intorno alla LIM ma poche o nessuna prova che la lavagna digitale faccia la differenza.

Bella scoperta, mi verrebbe da dire se ….

Io credo di essere solo una persona di buon senso, tanto visionaria quanto realista, tanto ottimista nel sol dell’avvenir quanto consapevole delle condizioni reali in cui la scuola e gli insegnanti si muovono e, da persona di buon senso, non ho mai nutrito alcuna aspettativa miracolistica e taumaturgica ne dalla LIM ne da nessun’altra tecnologia.

Quindi, tutto questo io lo avevo già detto fin dal primo manifestarsi di inconsistenti entusiasmi verso le tecnologie didattiche.Questo blog lo prova in ogni post.

Altra questione spinosa: “le tecnologie come cavallo di Troia”. Anche qua ho sempre detto che non credo possano avere questa funzione. Nessuna furbata alla Ulisse può risolvere i problemi della scuola. Troia la si espugna abbattendone le mura. La didattica si cambia, si innova, si arricchisce solo affrontando direttamente il problema. Le tecnologie sono solo un elemento del sistema e a ben vedere manco il più importante. Tant’è che replico a Rivoltella, che nel suo blog parla dei guerrieri che devono ancora uscire dal cavallo avendo già beffato i troiani:

Mi pare si confermi quanto i più avveduti e i meno avvezzi agli abbagli tecnologici, tra i quali purtroppo mi devo annoverare, la Lim non è la soluzione come non è neppure il problema. Il problema è stato l’aver fatto credere e aver creduto che la LIM risolvesse il problema della qualità della didattica e dell’apprendimento. O che la LIM fosse il cavallo di Troia. Tu, Pier Cesare, aspetti che i guerrieri escano; io sospetto che non escano perchè non ci sono; ho il forte sospetto (per non dire la certezza) che il cavallo di Troia/LIM sia vuoto. Che la Lim sia, in buona sostanza, un’innovazione vuota. Sono sempre stato dell’avviso, e la questione LIM mi conforta in questo, che se il problema è la didattica, questa va affrontata di petto. Con e senza le tecnologie.

Non sarà la LIM a stanare gli insegnanti riottosi!Non sarà la LIM e nessun’altra tecnologia a migliorare la didattica se non si è guidati da un pensiero didattico!

Secondo intervento di Alessandro Rabboni, di cui nel passato ho molto apprezzato l’affermazione che si è commesso un grave errore nell’associare alla LIM un approccio didattico (il costruttivismo, come aspettativa, per il superamento dell’istruzionismo) quando invece la LIM andava considerata uno strumento e come tale lasciando l’approccio metodologico a momenti e sedi più opportuni.

Confermo l’adesione incondizionata a quella sua affermazione.(http://www.facebook.com/?ref=logo#!/notes/alessandro-rabbone/piani-per-la-lim-e-il-rapporto-ocse-pisa-2009/480413368113)

Nella formazione LIM si sarebbe dovuto fare solo formazione tecnica; magari a farla sarebbero stati più utili degli informatici senza velleità pedagogico-didattiche. Sarebbero certamente stati più efficaci di tanti pseudo-metodologi. Se l’approccio fosse stato quello si sarebbero evitati tanti equivoci, tante illusioni, tante speranze, tante critiche.

Un tempo ero convinto di dover trattare la metodologia nel contesto della tecnica. Visti i fatti, devo dire che mi sbagliavo e faccio ammenda!

Venendo al post odierno, Alessandro citando uno studio Adiconsum (http://www.adiconsum.it/ADICONSUM/Upload/docs/RELAZIONE%20SCUOLA.pdf) afferma:

Il dato centrale che emerge con inequivocabile chiarezza è che gli strumenti digitali, cioé computer dei laboratori, LIM, e-book, DVD ecc., anche quando sono presenti, sono inutilizzati o sottoutilizzati

E più avanti

Anche per quanto riguarda la LIM, quando è presente, il 59% dei docenti non la usa mai, il 22% meno di una volta al mese…

…e audacemente lancia una proposta:

occorrerebbe, a mio avviso, insistere un po’ di meno sulle pur utili ed interessanti tematizzazioni generali sulle net generation, sui “nativi digitali” e sui gap generazionali, per concentrarsi invece sulle reali e quotidiane condizioni di lavoro di chi, per scelta o per necessità, fa l’insegnante. ………………… La bontà e l’utilità della tecnologia, date frettolosamente per scontate a livello generale, vengono di fatto rimesse in discussione appena si entra nel dettaglio. Credo che precisamente a questo genere di problemi occorra riferirsi se si intende ragionare seriamente sull’utilizzo delle tecnologie. Su un possibile utilizzo che non sia un evento saltuario e casuale, come quello dell’uso dei pc all’interno di laboratori “d’informatica”, ancora oggi predominante.

Ecco una testimonianza lucida; finalmente un discorso non banale sull’uso delle tecnologie a scuola! I  problemi ciati  nella nota ci stanno tutti (i limiti e i vincoli dell’azione quotidiana e del contesto in cui essa avviene; l’essere partiti dalle potenzialità delle tecnologie ignorando il contesto  in cui si sarebbero calate) . A questi ne aggiungeri altri:

  1. l’approccio politico dato all’innovazione: l’operazione LIM è stata una mera operazione di demagogia (politica), un approccio scriteriato all’innovazione, un’innovazione superficiale, banale e banalizzata fatta al solo scopo di comunicare un’innovazione che non c’è, un’innovazione da hard discount;
  2. la spinta economicistica/business: impatto certo dell’operazione LIM  si è avuto nei bilanci dei produttori di LIM, di quelli dei fornitori di servizi, di tante università  che al prezzo di generosi finanziamenti, hanno dato parvenza “scientifica” all’operazione politica;
  3. la debolezza didattica dei modelli d’uso prospettati: troppo spesso associati alla didattica con le tecnologie non ci sono modelli didattici convincenti; o si hanno modelli concettualmente confusi, o sono inconsavoli riproposizioni di approcci che a parole si vorrebbe superare, o  – capita anche questo – non c’è alcune consapevolezza didattica, non si ha la benchè minima idea dell’apprendimento cui ci si vuole agganciare. Ovvio che a proposte deboli e confuse si accompagnino pratiche altrettanto deboli e confuse.

C’è solo da sperare che il danno che stanno facendo questi scriteriati approcci alle tecnologie non demotivino insegnanti, studenti, decision maker; c’è solo da sperare che gli approcci critico-riflessivi che stanno alla base di usi “vincenti” delle tecnologie (ne conosco parecchi) si diffondano e contaminino incerti, scettici  e delusi.

Da dove ri-partire? Anche qui nulla di nuovo: lasciamo perdere le tecnologie e partiamo dai contesti d’uso, dai problemi didattici, dagli obiettivi di apprendimento e concepiamo soluzioni didattiche (in modo creativo, contestualizzato) considerando tutti gli “strumenti” che abbiamo a disposizione. Anche le tecnologie.

E facciamoci guidare da una solida base pedagogica e didattica. Se abbiamo capito come si impara, se abbiamo una  chiara visione dell’apprendimento, se abbiamo realizzato come si possa favorire l’apprendimento attraverso l’insegnamento, se siamo degli insegnanti consapevoli delle mille implicazioni del nostro agire, allora attueremo certamente della buona didattica e a quel punto, usiamo pure le Lim …. chissenefrega!

—–

* Non me ne vogliano tutti/tutte coloro che fanno delle LIM una ragione di vita 🙂

7 people like this post.

Print Friendly, PDF & Email
117 pensiero su “Tecnologie didattiche? Chissenefrega!”
  1. Scusate, ieri non ho potuto più seguire la discussione che leggo ora per intero.
    I brevi aneddoti di Clementina sono secondo me l’elemento più interessante e ci riportano al post di Alessandro Rabboni il quale evidenziava come nella scuola ci sia una subcultura “resiste attivamente” alle innovazioni (di qualunque genere, non solo tecnologiche).
    Poi certo ci sono i casi di eccellenza, le “macchie di leopardo” abbondano.
    Il “sistema” però rimane impermeabile.
    Chi ci vive quotidianamente, lo sa!

  2. Arrivo tardi ma dico subito che la discussione, generalizzazioni a parte, mi piace molto.Noto qualcosa che mi ha colpito (ho già piaciato i punti che condivido di più) Si parla molto di insegnanti ma, forse sbaglio? la discussione è prevalentemente tra formatori e pedagogisti. Se così è davvero allora mi preoccupa un po' la minor partecipazione dei miei colleghi.Si dei ragazzi, ma mi piacerebbe se ne parlasse di più (scusatemi ma io sono un po' fissata su questo punto:-) ) e se capisco bene il post di Gianni alludeva anche a questo."In finale" come dicono i ragazzi qui a Roma, tutto dovrebbe ruotare attorno a loro, che a scuola ci stanno 25-35 ore alla settimana (e nella materna anche di più) piuttosto che attorno ai docenti.A questo proposito vorrei notare che il risultato dell'azione didattica dovrebbe essere certamente misurato sul risultato in termini di apprendimento, ma anche in termini di benessere per i protagonisti (i ragazzi) e di successo della relazione tra insegnante e studente.Se i ragazzi vanno malvolentieri in un ambiente-scuola in cui devono sostare 5-6-8 ore al giorno qualcosa non va. Se tornano a casa e anche in famiglia non vedono altra via di appagamento che rinchiudersi in una stanza per piazzarsi sul social-nerwork o in un game allora anche qui qualcosa non va.Se poi fuggono da tutto questo evadendo come sappiamo che evadono… beh, io faccio un discorso poco alato e molto terra-terra ma incrocio le dita e alzo gli occhi al cielo.Concludo questa prima fase di riflessione.Sono d'accordo su molti punti con Marconato: i troiani aspettano invano, il cavallo è vuoto e si vede del fumo qua e là. Le furbate non servono e presumere di migliorare la scuola con la tecnologia ma senza svecchiare e aggiornare le menti di tutti è un fallimento.Io ritengo che la scuola deve insegnare a pensare e a relazionarsi tra pari e costruttivamente. Anche i contenuti sono strumenti. Le tecnologie, poi, sono strumenti per eccellenza.E' vero io vengo dal pleistocene, vedo passare mammouth lanosi, ma li fotografo con la Nikon coolpix e li racconto dal mio pc (e ho progettato software didattico negli anni 80: un'intera grammatica e sintassi che poi ho lasciato nei cassetti di casa ammucchiata in tanti bei floppy disc di quelli flessibili…)Sono anche d'accordo con altri amici su molti punti.Nego (con molta cordialità, perrchè chi si appassiona di scuola è mio amico a prescindere) che insegnare, (ed anche insegnare ad insegnare) sia possibile senza sporcarsi un po' le mani.Il ruolo dell'insegnante va distinto da ogni altro: ma i gradi si guadagnano alla vecchia maniera. Battagliando in aula giorno per giorno, e sono anche gli studenti che ce li riconoscono.

  3. Scusate, ieri non ho potuto più seguire la discussione che leggo ora per intero.I brevi aneddoti di Clementina sono secondo me l’elemento più interessante e ci riportano al post di Alessandro Rabboni il quale evidenziava come nella scuola ci sia una subcultura “resiste attivamente” alle innovazioni (di qualunque genere, non solo tecnologiche).Poi certo ci sono i casi di eccellenza, le “macchie di leopardo” abbondano.Il “sistema” però rimane impermeabile.Chi ci vive quotidianamente, lo sa!

  4. @ Antonio sono d'accordo: La subcultura, in quanto tale, non può che resistere. E' anche vero che non si tratta solo di subcultura dovuta all'età ma al funzionamento della testa del singolo.Riferendomi ad altri interventi, ed allargando sulle cause della resistenza all'innovazione io direi che svecchiare sia un passo indispensabile per ricostruire. Allungare la permanenza a scuola non è sempre una buona idea: alcuni sessantacinquenni possono essere più giovani anche dei trentenni, e questi ultimi possono avere una mediocre idea impiegatizia dell'insegnamento (e ne conosco); ma non se ne può fare una regola

  5. @Gianni: a proposito di cosa le teorie dell'apprendimento possono "dare" alle tecnologie, mi riferivo in particolare alla intensa ricerca nel campo del CSCL (Computer-Supported Collaborative Learning) che si basa sulle teorie 'dialogiche' dell'apprendimento e della cognizione umana con particolare attenzione ai processi di costruzione condivisa di conoscenza in piccoli gruppi (cui ora va affiancandosi una visione 'trialogica' che aggiunge la costruzione di pratiche e artefatti) e su queste sviluppa strumenti tecnologici specifici dei quali sperimenta rigorosamente l'efficacia.L'approccio che intendevo è dunque piuttosto vicino a quello che tu stesso pratichi.

  6. @ Mariaserena e Antonio: sono sempre più convinto che le resistenze alle tecnologie non siano dovute per nulla alle tecnologie in quanto tali. Credo che questa pista di lavoro, assieme alle due offerte da Rivoltella e Rabboni, siano le più promettenti per portare avanti seriamente e utilmente questo discorso. Cito qua il rilancio della tematica fatto da Formiconi nel suo blog http://iamarf.org/2010/12/14/migliorare-la-scuola/

  7. @ tutti: ringrazio tutti con i loro interventi per aver rimesso in moto la mia voglia di interagire nei vari nework. Queste discussioni mi hanno, poi, dato la voglia, la determinazione e il coraggio di rilanciare una vecchia idea, un "processo" alle tecnologie didattiche. Un'idea di qualche anno fa accolta con favore da alcuni collelghi ma a cui non avevo dato seguito. La rilancio ora anche qua come ho già fatto in La scuola che funziona. Vediamo che persa ha. Qui le cose "vecchie" del "processo" http://processoalletecnologiedidattiche.pbworks.com/w/page/18704868/FrontPage

  8. @Gianni, infatti, è quello che penso anch'io!Ma proviamo a leggere alcuni passaggi dal post di Andreas (tratti dall'articolo dell'Economist) come: "il fattore principale in grado di elevare lo standard era quello di rendere quella dell’insegnante una professione ambita" o "la dirigenza lascia un elevato grado di autonomia agli insegnanti – la maggior parte dei quali sono molto motivati e godono di alti livelli di preparazione – favorendo lo scambio di idee in modo che essi possano apprendere gli uni dagli altri per adottare le pratiche migliori".Wow!Esattamente la politica scolastica in atto in Italia, .. o no?

  9. @ Gianni e Antonio diciamo che no. Del post di Andreas, che ho condiviso in bacheca, e spero di contribuire a diffondere anche tra i più giovani, apprezzo anche io in modo particolare la frase che ha trascritto Antonio: preparazione e autonomia (virtuosa) e in grado elevato.Qui ci hanno propinato per autonomia ben altro e, dalla mia esperienza che ha visto ondate di pseudo-cambiamenti susseguirsi, posso dire che si è prodotto ulteriore sfacelo. Anche la cosiddetta "meritocrazia" è ben lontana dal premiare il bravo insegnante.Giochi di parole? Non proprio…

  10. @ MS, con lka "mertitocrazia" si sta giocando, e di brutto. Proprio di brutto. Altro che merito, qui si vuol far passare altro (ubbidienza, per esempio; in perfetto stile aziendalistico)

  11. @MS, giustissimo. E' tutto finto, a partire dall'autonomia, parola praticamente svuotata di significato, come tutti ben sanno..La meritocrazia burocratica che ci stanno per propinare sarà l'ennesimo inganno.E' incredibile, ma è così: la scuola vive in una specie di Matrix!

  12. .. però ho un sospetto: che ci mettano davanti alcune questioni distrattive (grembiulino, 5 in condotta; ora meritocrazia, autonomia) per dirottare le nostre attenzioni, energie, rabba dalle vere questioni: lo smatellamento della scuola pubblica; l'appalto di quel che resta ai privati ecc…

  13. Il problema è che la LIM poi, in sostanza, anche quando c’è ed è accessibile, non viene poi usata in maniera molto diversa da una lavagna normale. La maggioranza dei colleghi che la usano la usano per: 1)proiettare film in classe 2) scrivere alla lavagna cose che scriverebbero sulla lavagna normale. Risparmiamo gesso, in buona sostanza.

  14. @Gianni penso che pure il presunto inadeguamento dei docenti va in questa direzione, come anche il presunto o reale gap generazionale.(di cui, da docenti, si era parlato anche qui http://notesolocellulari.blogspot.com/2010/11/la-distanza-fa-la-diversita-di-fermina.html).La parola "meritocrazia" nel momento in cui viene pronunciata da Gelmini è già contraddizione in termini e chi ci casca si merita di cascarci dentro fino al collo. Chi entra nella scuola o ne parla (dal ministro al dirigente, dal docente allo studente, dal formatore all'ispettore, al genitore) deve entrarci con il rispetto che si deve ad un ambiente che si vorrebbe e si vuole sia formativo e nel quale l'esperienza è preziosa per la pratica quotidiana.Per questo parlavo, in un precedente intervento qui sopra, di "sporcarsi le mani" e di guadagnarsi i gradi con le battaglie quotidiane.Ogni professione può essere valutata, ma sappiamo che sulla scuola si scatenano tutti…(accade anche per il calcio e mi scuso per. l'accostamento con chi prende milioni per un paio di polpacci ben assortiti) Questo da un lato significa che le si attribuisce importanza, ma dall'altro che non sempre questo lavoro è percepito come una professione. Insomma, per farla corta, siamo davvero un popolo di maestri e professori (Gelmini compresa?) .Anche qui la risposta è: negativo!

  15. @Gianni penso che anche il presunto inadeguamento dei docenti vada in questa direzione, come pure il presunto o reale gap generazionale.(di cui, da docenti, si era parlato qui http://notesolocellulari.blogspot.com/2010/11/la-distanza-fa-la-diversita-di-fermina.html).La parola "meritocrazia" nel momento in cui viene pronunciata da Gelmini è già contraddizione in termini e chi ci casca si merita di cascarci dentro fino al collo. Chi entra nella scuola o ne parla (dal ministro al dirigente, dal docente allo studente, dal formatore all'ispettore, al genitore) deve entrarci con il rispetto che si deve ad un ambiente che si vorrebbe e si vuole sia formativo e nel quale l'esperienza è preziosa per la pratica quotidiana.Per questo parlavo, in un precedente intervento qui sopra, di "sporcarsi le mani" e di guadagnarsi i gradi con le battaglie quotidiane.Ogni professione può essere valutata, ma sappiamo che sulla scuola si scatenano tutti…(accade anche per il calcio e mi scuso per. l'accostamento con chi prende milioni per un paio di polpacci ben assortiti) Questo da un lato significa che le si attribuisce importanza, ma dall'altro che non sempre questo lavoro è percepito come una professione. Insomma, per farla corta, siamo davvero un popolo di maestri e professori (Gelmini compresa?) .Anche qui la risposta è: negativo!

  16. Il mio modesto contributo da insegnante che deve ancora imparare. Utilizzare le nuove tecnologie significa, a mio avviso, progettare e costruire dei veri e propri ambienti di apprendimento in cui possano essere offerti dei learning object modellati sulle esigenze di chi apprende (Just for you ). E qui, probabilmente, ho scoperto l’acqua calda… ma devo dire che l’uso dei rassicuranti libri di testo prevale sul meno rassicurante e più faticoso percorso di assemblaggio di oggetti di apprendimento tarati sulle esigenze della classe. A questo si aggiunga il fatto che registri ed unità di apprendimento, sistemi a mio parere assolutamente chiusi, sono ancora pane quotidiano…E' problematico documentare adeguatamente un’attività in aula informatica e i “diari di bordo” non hanno il valore ufficiale. Descrivere la flessibilità è cosa ardua. Come posso sperimentare nuove forme di ricercazione se devo, a priori, indicare i risultati in uscita? Certo, posso scrivere della metodologia, dello strumento, ma l’apprendimento favorito dalle nuove tecnologie è un apprendimento in fieri che mal si concilia con la fissità del documento ufficiale. Se provo a mettere qualcosa su carta, questo qualcosa assomiglierà al solito documento programmatico. Posso provarci con l’ampliamento dell’offerta formativa, lì le maglie sono più larghe, ma così la cosa è completamente avulsa dal contesto, una cosa che sa di colla. Certo, nella relazione finale posso sempre dar conto delle variazioni che ha subito la mia programmazione o allegare il diario di bordo o i risultati della sperimentazione, ma perché spendere tanto tempo a “giustificare”? Meglio il vecchio e rassicurante libro. Senza contare che le prove INVALSI sono ancora somministrate in formato cartaceo…Un altro problema. Chi lavora con le nuove tecnologie sa molto bene quanto sia difficoltoso valutare l’efficacia, non l’efficienza, del processo di insegnamento/apprendimento. Cosa dici ai genitori che sono in trepidante attesa di conoscere il voto? Tu vorresti parlare dei processi e descriverli ma il registro ed i genitori esigono il voto…solo quello conta. E allora perché spendersi con le nuove tecnologie? Meglio il classico compito in classe che finisce nell’armadio dei documenti a imperitura memoria del prodotto e della produzione. Certo, si potrebbe creare un archivio di file ma bisognerebbe aprirli, leggerli…Perdita di tempo. Meglio il compito in classe. Certo, puoi usare Quiz faber o programmi equivalenti per erogare verifiche a distanza… Ancora una volta ci si compllica la vita… Meglio la verifica orale in classe. Veni, vidi, vici.Dunque, raccogliendo le fila del discorso, perché spendersi con le nuove tecnologie? Lezione frontale, libro e voto sono il rassicurante pane quotidiano…. Per tutti o quasi…e ovviamente è solo la mia esperienza e non una generalizzazione.Un’ultima cosa. Provate a leggere le indicazioni per il curricolo per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione. A proposito dei traguardi di competenza alla fine del terzo anno della scuola secondaria di I grado si parla di interazione efficace nelle diverse situazioni comunicative, di testi orali e scritti, di elaborazione di opinioni e di scambio di opinioni…ecc..Inoltre viene detto: “Nelle attività di studio, personali e collaborative, usa i manuali delle discipline e altri testi di studio, al fine di ricercare, raccogliere e rielaborare i dati, le informazioni, i concetti e le esperienze necessarie, anche con l’utilizzo di strumenti informatici.” E ancora “Alla fine di un percorso didattico produce con l’aiuto dei docenti e dei compagni semplici ipertesti, utilizzando in modo efficace l’accostamento dei linguaggi verbali con quelli iconici e sonori”. Le nuove tecnologie “abbelliscono” ma non “trasformano”… e se lo dice il grande capo…

  17. @ Fermina come disse il poeta "… all'apparir del vero tu misera (LIM) cadesti"Scherzi a parte il conto torna se tutti gli addendi sono messi bene in colonna; trovo molto importante il riferimento alle esigenze genitoriali. Insomma la pratica didattica è ardua, svolta seriamente lo è ancora di più.Ed ancora una volta mi trovo a dire che, tutto considerato e tenuto conto del modo nuovo con cui l'utenza (orribile termine,ma necessartio per capirsi) si confronta con qualunque tipo di servizio (scuola compresa) è una miope prassi quella di chi pensa di non tener conto di tutte le componenti in gioco. Senza il coinvolgimento dei genitori e degli studenti si lavora sulla sabbia. Riuscire a coinvolgerli costruttivamente è faticosissimo, ma probabilmente necessario: del resto tutti i professionisti anche di altri ambiti lo devono (bene o male) fare…

  18. Butto là una considerazione: mi sono tornati alla mente i vari interventi scritti in post e le relative discussioni seguitene ed espresse nei commenti: ad esempio quella sulla “Pedagogia del grembiulino” (a 4 mani) e un’altra “SOS SCUOLA PUBBLICA -Prima che il cigno canti” (ma ce ne sono molte altre in giro sui nostri blog e su fB).
    Forse varrebbe la pena di restaurarle :-)) anche per non ricominciare sempre da capo per farne un semplice dossier o qualcosa del genere e metterlo a disposizione di eventuali lettori (anche non addetti ai lavori). Nessuna pretesa di sentenziare in modo formale, ma una documentazione: mattone su mattone, ma qualcosa s’è costruito.
    Lo scrivo qui nel caso interessi il padrone di casa e qualche altro amico di passaggio. Io pensavo, per i miei, al 2011 per un inizio di raccolta sul 2010.
    (Eventualmente … Scribd?)

  19. Nessuna pretesa di sentenziare in modo formale, ma una documentazione: mattone su mattone, *perché qualcosa, *io credo, s’è costruito.

    (mi scuso per i refusi, la prossima volta non rinnovo il contratto alla segretaria-precaria…)

  20. Cristina, molto illuminanti le tue storie di scuola. Quello che a me dicono è il valore primo dell'intenziona​lità didattica dell'insegnante​. Questo è fattore primo che ha messo in moto e sostenuto la tua (difficile, per il contesto) azione.Utilissima anche la testimonianza di come la tecnologia possa essere un fattore facilitante: con la tec. viene tutto più facile ma anche senza , si può fare.I fattori della motivazione all'usoi delle tecnologie, se permetti te li rubo e alla prima occasione li ripropongo (ma non me li attribuisco).Trasversalmente​ alle considerazione "tecnologiche" sollevi problemi più generali, come la passività degli studenti. Certo colpa non solo della scuola ma un aspetto sul quale la scuola può dare un grande contributo e-du-ca-ti-vo. Come? Un bel modo lo indichi già tu: dando responsabilità agli studenti, assegnando attività di apprendimento che possono affrontare solo attivandosi (motoriamente e cognitivamente)​. In questa prospettiva le tecnologie, internet su tutte, possono essere parecchio utili e anche il wiki che hai scelto come piattaforma di didattica attiva, collaborativa, plurale, di uso sensato della rete.Una sola aggiunta mi permetto (permetti?): la motivazione potrebbe scattare anche se e quando ci si accorge di imparare meglio? Di "capire" e non solo "memorizzare e ripetere"? Quando la tecnologia sostiene , "forza" il pensiero?

  21. @ Gianni, Fermina e altri eventuali amici interessati: a margine del margine e molto sommessamente pensavo ad un aspetto della comunicazione. Le idee sono sempre perfezionabili ed è importante che la scuola scenda nell'arena del confronto. Ma non vi sembra che nei tempi recenti si parli troppo didattichese? E' possibile incentivare il dialogo sia con gli studenti sia con le famiglie se si usa un linguaggio professionale certamente apprezzabile tra gli addetti ai lavori, ma incomprensibile​ a chi fa altro e non l'insegnante?Rivolto la questione: anche i medici, ad esempio, che ci rispondono in termini troppo specialistici ci mettono a disagio.O sono io, brontosaurica ominide, che mi faccio troppi dubbi?

  22. @ Fermina, con la tua puntuale disamina delle reali e quotidiane condizioni reali in cui si svolgono le attività didattiche dimostri: 1) che usare le tecnologie è una fatica in più; 2) che il vero problema è l’esercizio della didattica. Problemi di organizzazione del tempo-scuola, degli spazi e dei luoghi della didattica. Delle pressioni anche dei genitori che si fidano di più di un “sano” e rassicurante libro di testo, di “compiti” (anche “per casa”) …. Insomma, del tradizionalismo imperante nella nostra scuola. Tradizionalismo che neppure le tecnologie hanno scalfito.( tra parentesi: ma perchè mai le tecnologie avrebbero scalfire l’apatia conservatrice della scuola? Ingenui quelli che ci hanno creduto; demagoghi quello che lo hanno proposto). Quindi, come ben tu dici il problema non sono le tecnologie ma questo non è ancora ben chiaro e viene comodo dare la colpa di tutto alle tecnologie (vedi questa mio vecchio post http://www.giannimarconato.it/2010/05/quando-le-tecnologie-sono-dostacolo/).
    Attaccare (anche se giustamente) le tecnologie è puntare al bersaglio sbagliato. Cominciamo col prendere bene la mira!
    Ricordo qui una riflessione convergente di Franco Castronovo http://www.giannimarconato.it/2010/05/quando-le-tecnologie-sono-dostacolo/ che invita ad un sano cinismo!

    PS, Hai toccato, se pur di sfuggita, un tema centralissimo nella didattica: l’imprevedibilità dei risultati dell’azione didattica (anche eccelsa per sè). Troppo spesso si dimentica che l’apprendimento è un processo organico e non meccanico, E sulla base di questo (madornale) errore ci si comporta nell’insegnamento.

  23. Opportuno e duro (per me che ho solo ricordi, da genitore più che altro) il richiamo alla realtà scolastica di Fermina.

    È vero. Le volte che mi è capitato di parlare con gli insegnanti dei miei figli, mi ha sempre sorpreso l’ansia di mostrare i numeri, evidentemente è il mercato che lo chiede. E ricordo anche, in taluni casi, una sorta di sollievo quando chiedevo ” … va bene, ma al di là dei numeri, come vanno le cose?”

    Mi sembra interessante l’idea di Mariaserena sulla possibilità di raccogliere la varietà di pensieri e testimonianze scritte qua e là. Devo dire che questa proposta genera forse una domanda: come collegare il dialogo interno con quello esterno alla Scuola Che Funziona, generato dall’infausta caratteristica del Ning di essere protetto da pareti opache?

    In ultimo, malgrado che gli autori ai quali avevo idealmente promesso di finire di leggere i loro discorsi – Morin, Lessig, Tapscott, Elmott siano lì che fanno italianamente ressa sul comodino, anche quando occheggiano da algidi ebook reader – mi sono messo a leggere il rapporto McKinsey dall’inizio alla fine. Interessante! Mi piace lo sforzo di trovare punti di riferimento in una realtà che è inevitabilmente estremamente complessa. Punti di riferimento comuni alle situazioni più diverse, in paesi e culture differenti. Lo sforzo che tali punti di riferimento costituiscano l’ordito comune nel quale possano essere tessute le specificità locali. Mi sembra buon metodo.

    Mi domando e chiedo a voi: ma qui in Italia si conoscono questi studi? C’è qualcuno che li prende in considerazione?

  24. @ Fermina, con la tua puntuale disamina delle reali e quotidiane condizioni reali in cui si svolgono le attività didattiche dimostri: 1) che usare le tecnologie è una fatica in più; 2) che il vero problema è l'esercizio della didattica. Problemi di organizzazione del tempo-scuola, degli spazi e dei luoghi della didattica. Delle pressioni anche dei genitori che si fidano di più di un "sano" e rassicurante libro di testo, di "compiti" (anche "per casa") …. Insomma, del tradizionalismo imperante nella nostra scuola. Tradizionalismo che neppure le tecnologie hanno scalfito.( tra parentesi: ma perchè mai le tecnologie avrebbero scalfire l'apatia conservatrice della scuola? Ingenui quelli che ci hanno creduto; demagoghi quello che lo hanno proposto). Quindi, come ben tu dici il problema non sono le tecnologie ma questo non è ancora ben chiaro e viene comodo dare la colpa di tutto alle tecnologie (vedi questa mio vecchio post http://www.giannimarconato.it/2010/05/quando-le-tecnologie-sono-dostacolo/).Attaccare (anche se giustamente) le tecnologie è puntare al bersaglio sbagliato. Cominciamo col prendere bene la mira!Ricordo qui una riflessione convergente di Franco Castronovo http://www.giannimarconato.it/2010/05/quando-le-tecnologie-sono-dostacolo/ che invita ad un sano cinismo!PS, Hai toccato, se pur di sfuggita, un tema centralissimo nella didattica: l'imprevedibilità dei risultati dell'azione didattica (anche eccelsa per sè). Troppo spesso si dimentica che l'apprendimento è un processo organico e non meccanico, E sulla base di questo (madornale) errore ci si comporta nell'insegnamento.

  25. @ Mariaserena, bella l'idea di una raccolta sistematizzata delle nostre annose riflessioni sulla didattica con le tecnologie. Potrebbe far parte dell'"istruttoria" del "Processo alle tecnoologie didattiche" sopra proposto …..

  26. A proposito di un argomento che mi sta molto a cuore, Gianni commenta Fermina aggiungendo alla fine "PS, Hai toccato, se pur di sfuggita, un tema centralissimo nella didattica: l'imprevedibilità dei risultati dell'azione didattica (anche eccelsa per sé)".Direi che si tratta della madre di tutte le teorie didattiche: di un tema micidiale e irrinunciabile e con il quale sarebbe ora di fare i conti sempre, però nello scenario di queste nostre concrete prospettive.Mini esempio personale, seppure marginale: nel web in generale e in fB in particolare mi capitano esperienze sulle quali non avevo sperato di poter contare. Reincontro, cioè, alcuni dei miei ex ragazzi (non riuscirò mai a chiamarli alunni) che adesso hanno anche più di 40 anni. Su tutti noi la vita e la scuola hanno lasciato segni. Sono diventati donne e uomini e affrontano il presente. Spesso con svolte e soluzioni che la scuola non aveva nemmeno potuto immaginare.Ovviamente non tutti i danni o i benefici sono frutto della scuola, e nemmeno delle mie lezioni (però a volte ci rimugino, si sa i prof sono mitomani…) e tuttavia non posso non pensare a un confronto su quanto i Consigli di classe hanno "sentenziato" su di loro e sul come poi quegli ex ragazzi hanno potuto o saputo realizzare ed essere.Insomma… che dire? Ci vogliamo mettere in discussione o si continua con le sentenza?Stasera vengono da me dei signori quarantenni, la mia classe portata alla Maturità nell'89. Con loroi ho avuto delle contrapposizioni forti (naturalmente oneste e dirette). Sono sicura che Andrea (impiegato e attore) mi prenderà in giro come sempre ha fatto, che Alessio (funzionario e in politica) sarà gentile e diplomatico, che Edoardo (consigliere provinciale all'opposizione) mi citerà qualche autore che amiamo insieme, che Massimo (ingegnere) mi porterà le foto della bimba e così via. Michele (insegnante) stavolta non viene. Ma ci si sente. Non posso citarli tutti, non la finirei più. Insomma… tanto per dire che se riferissi le discussioni del Consiglio di Classe su di loro (e alcune me le ricordo bene) si vedrebbe che la scuola è importante, ma essendo umana, a volte erra. Oppure non dialoga.

  27. @ Mariaserena, dici bene, Si tratta della madre di tutte le teorie didattiche anche se mai compresa e agita. Abbiamo davanti decenni di visione maccanicistica dell'apprendimento e dell'industrializzazione dell'insegnamento figlia del comportamentismo didattico, di Mager e dei suoi stramaledetti obiettvi cui si sono sedimenatati decenni di pratiche didattiche passive, imitative le une delle altre, basate su comprensione assente o offuscata dei processi di apprendimento .. una catena di stoltezza e superficialità

  28. Li abbiamo davanti, e vorremmo lasciarceli alle spalle. Sì, sono d'accordo. Entri in classe coi tuoi maledetti obiettivi e ti trovi davanti sessanta occhi che ti guardano. Cerchi di inscatolare quegli occhi nelle tue caselle…. ridicoloNun se po' fà…

  29. Una questione importante sollevata da Mariaserene e Fermina: il lavoro comune tra insegnanti, studenti e genitori. Spesso i genitori preferiscono la didattica diretta e lineare a progetti; le ora di prediche diudattiche fatte dagli insegnanti a un lavoro attivo fatto dagli studenti. Al limite, anche gli studenti preferiscono il compito classico ad attività "attive" cognitivamente più impegnative. Molte di queste resistenza mi sembrano più che giuste e dovute perchè nessuno ha mai ragionato con loro del senso delle "innovazioni" e le ha sempre calate dall'alto con approccio "prendere o …. prendere" Con il risultato che spesso è stato un …lasciare. Quindi, mi pare indispensabile uno sviluppo di conoscenza e di consapevolezza comune. Forse, quel vecchio progetto andrebbe rispolverato e rimesso in pista

  30. Tecnologiequelle per alunni e docentiIn entrambi i casi, quali che esse siano, per attivarle e renderle efficaci, ci vuole la motivazione.Il "A che me serve?".Se né gli studenti né i docenti trovano una motivazione d'uso nel nuovo aggeggio, la formazione è fiato sprecato.La motivazione a rivedere strumenti e strategie, si sa, scatta per entrambi quando:-c'è CONOSCENZA: si capiscono le funzionalità e le potenzialità di base del nuovo aggeggio (=" Serve a, Se fa così")-C'è FACILITAZIONE: il nuovo aggeggio è un facilitatore (="Ce se mette meno tempo");-c'è INTERESSE : il nuovo aggeggio è un catalizzatore d'attenzione (per i docenti: = "Me stanno a sentì de più"; per gli alunni: "Figo!");-c'è LA NOVITA': il nuovo aggeggio fa fare cose che prima non si potevano far proprio (Per i docenti: "Bah!…"; per gli alunni: "Ari-Figo").-c'è CURIOSITA': il nuovo aggeggio stimola la curiosità e qualche domanda (per i docenti: "Oddio, mo che è sto coso?" per gli alunni: "Che ce se po fa?")-c'è DIVERTIMENTO: il nuovo aggeggio ha aspetti ludici (Per i docenti: "…….."; per gli alunni: "Trooooppo figo!").Tutte spinte che necessitano parimenti per suscitare motivazione.E senza motivazione non si va da nessuna parte.Neanche se davanti si ha la stanza dei bottoni di Cape Canaveral.Racconto degli episodi, uno per gli alunni; uno per i docentiAlunni:Positiva (ma non così spontanea): da settembre coi miei ragazzi abbiamo iniziato (su loro iniziativa, ci tengo a sottolinearlo) la scrittura collaborativa di un testo giallo. Prima iniziato in classe, con il compito di continuarlo a casa. Andazzo: 2/3 lavorano, 15 non fanno niente e fanno confusione. Penso al wiki: ne parlo, lo apro a scuola, mostro funzionalità, spiego. Buon feedback. Chiedo di trascrivere allora quello già fatto sul wiki e poi di integrarlo, commentarlo da casa. Andazzo??? 2/3 che lavorano, 15 che non fanno niente. Allora mi rimbocco le maniche, penso a distribuire lavoro e responsabilità: divido la classe in vari gruppi, ognuno con il compito di stendere parte della trama, condividendola nel wiki, in modo che il gruppo successivo sappia come riagganciarsi. Risultato? Editano tutti entro la mezzanotte precedente la mattina di consegna, editando sì sul wiki, ma senza leggere quello che hanno scritto i gruppi precedenti (con coerenza e coesione di testo in viaggio per Lourdes). Inoltre, nonostante avessi illustrato e fatto mettere in pratica (commentando io il wiki e chiedendo anche a loro di fare lo stesso) il vantaggio di lavorare su uno spazio collaborativo, il lavoro lo hanno svolto in gruppo a casa di un ragazzo, non cogliendo affatto la facilitazione dello strumento e arrancando nel lavoro…La mattina della consegna (imperterrita, ma verde come Joe Ferrigno) ho fatto assemblare a scuola i vari pezzi (sul mio pc personale connesso, sottolineo…) e gli ho fatto notare le lacune testuali, metafora di lacune organizzative. Continuerò per questa strada, perché penso che la strada della divisione dei compiti e della responsabilità distribuita sia quella giusta. Ma quale è il peso positivo del wiki (e della tecnologia dunque) in questa storia? Quale invece quello della motivazione (seppur sollecitata) a finire un lavoro assegnato di cui si è responsabili davanti a tutta la classe?Permettetemi qui una piccola parentesi sulla motivazione dei ragazzi che, come appena detto, c’entra molto poco con la tecnologia. Questo lavoro del giallo, come anche quello di Ambienti@moci, mi sta facendo toccare con mano quanto i nostri ragazzi (non tutti, grazie al cielo) siano in maggior parte abituati ad essere passivi, sicuri dell’intervento risolutore dell’adulto, poco propensi a prendere un’ iniziativa di loro spontanea volontà. Anche in attività (entrambe quelle citate) nate da loro! E’ vero che in questo la scuola ha fortissime e innegabili responsabilità (“Studiate da pg a pg”), ma siamo sicuri che tutto dipenda dalla scuola? Che sia e debba essere trattato come “problema scolastico”? Se un alunno mi viene in classe e dopo 20 gg mi dice che non ha la fotocopia perché ieri (!) la mamma (!) non gliel’ha presa dal compagno, siamo sicuri che la passività di (alcuni, sottolineo) ragazzi sia dovuta alla scuola? Certo, questa scuola avalla il vitellonismo di alcuni ragazzi cresciuti sui balconi…Per questo attività collaborative e attive, seppur faticosissime, sono sempre più urgenti a scuola: ed è proprio qui che le TECNOLOGIA URGE, per creare unione tra più menti! Quale strumento di collaborazione per azioni reali e concrete sul territorio, quale via d’intervento per modificare attivamente quello che non va! Quale essa sia.2) Docenti: Sono pochi i docenti motivati, che hanno voglia di fare, di scoprire, di tentare nuove strade, si sa. E sono così ben radicati che a volte levano la voglia anche ai più motivati (non è mica semplice resistere ai tanti “Ma chi te lo fa fare?”, “Non te danno la medaglia”…è sfiancante, credetemi, lottare all’unisono con alunni, famiglie e pure certi docenti…si torna a casa avviliti). E veniamo a ste benedette LIM. Ognuna costa come 2/3 pc portatili ( e quindi ogni LIM sottrae la possibilità ad almeno due classi di essere in rete). Hanno software da Rift Valley, ma almeno permettono, se si è connessi, di avere la rete in classe. Lo scorso anno io ho avuto la fortuna (sì, fortuna, quando intorno non si ha nulla, è tale) di averla nella mia classe e la FUNZIONALITA' di averla era tanta: curiosità sanate o attivate, facilitazioni multimediali, motivazione per i ragazzi a fare dei lavori “alternativi” a quelli scolastici. Beninteso, e fatemelo dire con un pizzico di immodestia, il merito di questo non era della LIM ma della didattica “plurale” che io e i miei alunni avevamo sposato e del pc connesso. E la tecnologia di cui disponevamo ci permetteva di essere entrambi attivi. Quest’anno non la ho: se devo fare un lavoro particolare, lo devo preparare a casa, scaricare, salvare, montare, portare il mio pc in classe, con mie casse, chiavetta internet di un'alunna e comunque farlo vedere da un monitor di 15’’… Continuo comunque ad attuare una didattica "plurale" e attiva, aperta sul territorio (seppur lottando…), perché tutto è necessario e nulla indispensabile, ma la facilitazione tecnologica dello scorso anno rendeva le cose più facili e i ragazzi più attivi (pur rimanendo tutti i problemi NON scolastici dei figli cresciuti sui balconi…)Ho detto fin troppo e probabilmente fuori temaMi taccioCG

  31. Cristina, molto illuminanti le tue storie di scuola. Quello che a me dicono è il valore primo dell'intenzionalità didattica dell'insegnante. Questo è fattore primo che ha messo in moto e sostenuto la tua (difficile, per il contesto) azione.Utilissima anche la testimonianza di come la tecnologia possa essere un fattore facilitante: con la tec. viene tutto più facile ma anche senza , si può fare.I fattori della motivazione all'usoi delle tecnologie, se permetti te li rubo e alla prima occasione li ripropongo (ma non me li attribuisco).Trasversalmente alle considerazione "tecnologiche" sollevi problemi più generali, come la passività degli studenti. Certo colpa non solo della scuola ma un aspetto sul quale la scuola può dare un grande contributo e-du-ca-ti-vo. Come? Un bel modo lo indichi già tu: dando responsabilità agli studenti, assegnando attività di apprendimento che possono affrontare solo attivandosi (motoriamente e cognitivamente). In questa prospettiva le tecnologie, internet su tutte, possono essere parecchio utili e anche il wiki che hai scelto come piattaforma di didattica attiva, collaborativa, plurale, di uso sensato della rete.Una sola aggiunta mi permetto (permetti?): la motivazione potrebbe scattare anche se e quando ci si accorge di imparare meglio? Di "capire" e non solo "memorizzare e ripetere"? Quando la tecnologia sostiene , "forza" il pensiero?

  32. @ Gianni, Fermina e altri eventuali amici interessati: a margine del margine e molto sommessamente pensavo ad un aspetto della comunicazione. Le idee sono sempre perfezionabili ed è importante che la scuola scenda nell'arena del confronto. Ma non vi sembra che nei tempi recenti si parli troppo didattichese? E' possibile incentivare il dialogo sia con gli studenti sia con le famiglie se si usa un linguaggio professionale certamente apprezzabile tra gli addetti ai lavori, ma incomprensibile a chi fa altro e non l'insegnante?Rivolto la questione: anche i medici, ad esempio, che ci rispondono in termini troppo specialistici ci mettono a disagio.O sono io, brontosaurica ominide, che mi faccio troppi dubbi?

  33. @ MS, quanto dici è corretto. Qui stiamo parlando tra "tecnici" e il "didattichese" potrebbe essere opportuno. In contesti diversi sarà certamemnte necessario usare un lessico appropriato. Concordio con te

  34. Mentre vedo il link comincio a rispondere e butto un’occhiata alle email. Che cos’è? multitasking? 😀 . Tranquilli, non sono così avanti. È anche che youtube carica lentamente, a tratti si ferma e il professore parla senza fretta, forse perché tiene sotto controllo l’ambiente circostante e le immagini che scorrono accanto a lui.(Tenere alto il livello dell’attenzione​ non è facile.)Colgo alcune sue frasi, vado a scrivere le mie… deduzioni…ah il web!

  35. Quali sono i limiti della didattica tradizionale? La passività dei destinatari, il modello didattico basato sull’idea dell’insegnamen​to come “trasferimento della conoscenza” dall’insegnante​ agli allievi, la difficoltà nel differenziare il contributo didattico, la tendenza a privilegiare la comunicazione verbale rispetto ad altri codici comunicativi;Sappiamo bene però che tale sistema non garantisce forme di apprendimento significativo e la conseguente acquisizione di skills. Forse un concetto non viene appreso perché non è “immerso” in un contesto esperenziale, reticolare, connettivo e costruttivo?L’ attuale forma primaria di comprensione è costituita dalla realtà “visuale” che ha sostituito quella “testuale”. Questo nuovo approccio all’ acquisizione del sapere ha determinato da parte dei ragazzi forti resistenze nei confronti dell’apprendime​nto per astrazione, che fa del testo il punto di partenza e il punto di arrivo di qualunque indagine conoscitiva. C’è dunque da prendere seriamente in considerazione la scarsa incidenza del pensiero simbolico, mediato dall'astrazione​, nei processi di apprendimento e riflettere sullo spazio a più dimensioni che esige un approccio interattivo fondato sull’esperienza​, sullo scambio di nuovi codici comunicativi e sul "movimento" in tutte le sue accezioni.Tecnologie o non tecnologie, credo che il processo di insegnamento/ap​prendimento debba essere riconsiderato alla luce di un “atteggiamento euristico” nei confronti di un sapere interattivo e retale che privilegi forme di comunicazione circolare e negoziata. In tali forme circolari e negoziate l’alunno è co-protagonista​ della costruzione del sapere, è soggetto attivo nell’indagine conoscitiva, è soggetto costruttore di significati.Tenologie o non tecnologie, è necessario rifondare la comunicazione su “procedimenti euristici” basati su atteggiamenti dominati dall’incertezza​ e quindi legati al probabile e al possibile e caratterizzati da flessibilità, diversità ed antidogmatismo.Interessanti a questo proposito gli studi di David Perkins su Making Thinking Visible.

  36. @Fermina condivido la tua analisi-sintesi​ di cui apprezzo molto anche la bellissima scrittura argomentativa: chiarissima e dialogante. Permettetemi di gioire quando incontro una dote così rara 🙂 "rifondare la comunicazione" è un punto fondamentale, dovrebbe essere il nostro Nord, la stella polare.Il valore del dubbio, della circolarità, dell'antidogmat​ismo: ci sono voluti millenni per conquistarli e dobbiamo difenderli. La realtà visuale tende al dogmatismo e alla sopraffazione. Occorre imparare a gestirla e a non subirla.Per questo invitavo, oggi, facevo il parallelo tra l'evoluzione mediatica e comunicativa e quella, realizzata in pochi decenni, attraverso i diversi tipi di trasporto: dalla trazione animale alla propulsione a razzo.Apprendere e apprendere ad apprendere, usare e non essere usati.:-)

  37. @GM… posso chiedere che la risposta a “Didattica e Informatica scuola primaria” che hai messo su http://www.gian​nimarconato.it/​2010/12/tecnolo​gie-didattiche-​chissenefrega/sia riportata anche qui? Lo chiedo per dare volumi e colori al comune discorso fi qui sviluppato. Direi che è interessante andare a fondo della questione "sostenere la scuola e gli insegnanti". Lo so mi gioco, e lo faccio a titolo personale, un rischio e credo ne valga la pena: il rischio è quello di chiarire che non è utile arroccarsi né sostenere il vittimismo della categoria docenti.Io spero che ci sia un coro sociale e condiviso sostegno di eguaglianza e giustizia per tutti. Casomai canto da sola, non ci son problemi.

  38. dal mio blogReplico qui a “Didattica e Informatica scuola primaria” perchè non ho trovato un link dove registrarmi per commentare (già questo è un pessimo segnale, colleghe! Siamo in un blog e per definizine il blog è “aperto” pur, se uno vuole controllare cosa viene scritto, con la moderazione dei commenti se si vuole essere “prudenti”).Mariella e Marinella citano questo post più quello di Piercesare e di Franco e si-ci domandano: “Non capisco perché tutto questo “astio” nei confronti delle LIM.”nessuno ha mai manifestato astio contro le LIM. O mi sono espreso male (ma tanti qui mi hanno capito), o non sono stato caopito o non si è letto con la volontà di capire ma di stare in superficie al discorso o/e difendere la LIM a prescindere.Dai discorsi che, care colleghe, che nel vostro post fate confermate l’opportunità di fare discorsi critici e riflessive sulle lim e sulle tecnologie.Secondo me è incredibile che con la sola LIM la vostra didattica sia migliorata e che anche l’apprendiemnto​ dei vostri ragazzi e ragazze sia migliorato. In realtà dite “cambiata” e non “migliorata”. Questa è già una buona cosa.Affermate….anche in questo caso un paio di corsi per imparare non tanto l’uso degli strumenti, quanto per cercare di capire “come” fare didattica con la LIMe più oltre vi domandate A quando un corso che dia indicazioni concrete su “come” utilizzare e integrare le tecnologie a scuola. Che cosa ci si può fare? Quali strumenti utilizzare? Quali risorse? Quali giochi didattici? Quali software? Che cosa deve cambiare nei docenti?e concludente con una supplica Invece di esprimere critiche spesso negative e scoraggianti, diamo un sostegno in termini di consigli, suggerimenti, annotazioni, esempi, progetti innovativi, percorsi da costruire insieme…Sosteniamo la scuola e i docenti: ne abbiamo bisogno.No, non ci siamo. Non è con l’approccio direttivo che voi invocate che si va avanti. Non è partendo dalla lim che si migliora la didattica.E, vi asicuro, che chi scrive qui (io e i colleghi che hanno commentato) sono tutte persone che hanno a cuore la scuola e gli insegnanti (e le tecnologie) ed è per questo che, oltre a fare, mettiamo occasionalmente​ in guarda contro i rischi di un uso poco riflettuto della tecnologie, per non parlare delle LIM.Qui l’intero loro post: http://www.dida​informaticaprim​aria.blogscuola​.it/?p=919

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.