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La storia infinita, seconda parte – Apprendere sempre

La storia infinita, seconda parte

Una scuola degli anni ’40, dove ogni studente ha un proprio strumento tecnologico

Nel post “the never ending story”  non avevo recensito il secondo dei dibattiti che avevo trovato in rete in questi giorni, quello sulle Interactive  Whiteboard, da noi, LIM.

Con una premessa a scanso di equivoci: io credo che la lim, altre superfici interattive, altre tecnologie, dovrebbero invadere le nostre scuole e le nostre pratiche didattiche per il  semplice fatto che le tecnologie stanno dappertutto e  non vedo motivo perchè non dabbano stare anche a scuola. Meno tecnologie stanno a scuola, più la scuola è lontana dalla società. Ma …. ma questa argomentazione rasenta  l’ovvio e noi tutti che crdiamo nel valore aggiunto delle tecnologie dovremo andare oltre questo livello minimo e dare un significato alle tecnologie, capendole, utilizzandole per le loro caratteristiche uniche. Non per fare cose vecchie in un modo nuovo. Se non siamo capaci di fare cose nuove in modo nuovo, avremo sprecato per sempre questa grande opportunità, questa grande sfida. Purtroppo vedo tante cose vecchie fatte in modo nuovo e la lim fa parte di questa triste storia.

Dunque (anche se non si dovrebbe iniziare in questo modo una frase) …. l’origine del dibattito pro e contro le lim, ancora in corso in IT Forum, è stato la ripresa di uno studio sull’efficacia delle LIM pubblicato nel 2009 negli US.

Il report “Evaluation Study of the Effects of Promethean ActivClassroom on Student Achievement” si propone esplicitamente di valutare gli effetti della suite “active board”  di Promethean sugli apprendimenti degli studenti. Quindi un produttore che valuta i suoi prodotti. Operazione lecita, tanto più quando dichiarata. Lo studio ha coinvolto 3400 studenti 79 insegnanti, 50 scuole di diverso ordine. Queste le conclusioni:

Considering these as a set, one might predict relatively large percentile gains in student achievement under the following conditions:

  • a teacher has 10 years or more of teaching experience
  • a teacher has used the technology for two years or more
  • a teacher uses the technology between 75 and 80 percent of the time in his or her classroom
  • a teacher has high confidence in his or her ability to use the technology

A reasonable inference is that the overall effect of a 17 percentile point gain is probably not a function of random factors that are specific to the independent treatment/control studies; rather, the 17 percentile point increase represents a real change in student learning. Additionally, the meta-analysis of the seven types of moderator variables indicated conditions under which the technology might produce maximum results

In sintesi, lo studio rileva – nella media – un miglioramento dei risultati di apprendimento degli studenti i cui insegnanti usano la lavagna interattiva (anche se in alcuni dei casi oggetto dello studio c’è un effeto di “dis-apprendimento”), questo valore aggiunto è davvero minimo ed estratto con mille artifici statistici (leggere il report) e realizzato sotto alcune condizioni (in buona sostanza la bravura dell’insegnante) e con la conclusione che la questione deve essere ulteriormente apprafondita.

Non sono per nulla stupito degli esiti dello studio. Come si può pensare che uno strumento tecnico possa fare la differenza? Quando lo si fa è pura propaganda: per vendere macchine, libri, corsi. Quindi un’operazione in mala fede.

Sono l’ennesima conferma (questa volta  “scientifica”) che la LIM, come qualsiasi altro strumento non potrebbe migliorare di per sè stesso la didattica e l’apprendimento.

Sono l’ennesima conferma che ciò che fa la differenza, con e senza le tecnologie, sono gli insegnanti e le strategie didattiche che adottano, il contesto in cui si opera.

Sono l’ennesima conferma che tutta la partita LIM è stata giocata con furbizia (da taluni) e con creduloneria (da altri) e, forse, con complicità da altri ancora.

Qui mi riferisco non tanto alla LIM che, come più volte detto, meglio averla che non averla, ma a tutto ciò che attraverso l’operazione LIM si è fatto passare.

Nel dibattito in IT forum, le posizioni sono più o meno quelle che si manifestano anche da noi, segno che  la questione è per tutti uguale. Riporto solo un passaggio:

1. Great teacher toys.  They enhance the current “sage on the stage” paradigm

2. They are interactive for the teacher

3. Limited interaction for students

4. Student response systems also support the current paradigm of instruction, i.e. “only one right answer” or multiple choice, etc.

5. Excellent market research and targeting of consumers (teachers)

6. Throw a smart board in a classroom and one can say that all the students that pass through it have had technology “integrated” into their instruction

Alcune considerazioni personali

Credo si possano fare le seguenti affermazioni.  Tutta  l’operazione lim:

  1. è stata attivata dalle aziende produttrici delle lavagne per ovvi, e giusti, scopi economici e senza alcune consapevolezza ed intenzionalità didattica (non è compito loro averle). Queste per prime, attraverso i propri canali marketing, hanno comunicato e fatto passare come  innovazione didattica una mera innovazione tecnica; la natura principalmente commerciale dell’operazione lim è evidente anche dal mercato che vorticosamente gira attorno alle lim e che va ben oltre la vendita dell’oggetto per estendersi ai programmi dedicati, alle pubblicazioni (spesso di scarso valore didattico il cui unico valore sta nel dare un senso alla lim), ai corsi (anche questi autoreferenziali). Non mi stupirebbe che dietro a tutto scorrano torrenti di tangenti. Come in tante “opere pubbliche”;
  2. è’ stata sostenuta favorevolmente e con entusiasmo dai politici perche focalizzandosi sulle lim avrebbero potuto comunicare (e  non realizzare) agevolmente ed a basso costo una innovazione (che non c’è). Da parte dei politici c’è stata solo demagogia dell’innovazione. Questo va detto chiaro. La vera innovazione è molto più costosa ed impegnativa, anche se non così efficace sul piano del marketing politico;
  3. ha trovato fertile terreno nell’assenza o limitatezza di atteggiamento critico-riflessivo da parte di tanti insegnanti che hanno creduto nella facilità del miglioramento e del cambiamento della didattica delegando (ed abdicando) ad uno strumento le proprie reponsabilità e competenze. Forse anche certa debolezza concettuale sui fondamentali del mestiere ha favorito questo atteggiamento (ricordo come una insegnante, tutor lim per giunta, tempo fa avesse definito “comportamentistica” la webquest);
  4. ha confermato, nella favorevole accoglienza tributatale da tanti insegnanti, il conservatorismo didattico della scuola italiana.

Checche se ne dica, la lim, altro non è che uno strumento al servizio della tradizionale didattica trasmissiva (nulla di male crederci in questa didattica), uno strumento in chiave tecnologica della rappresentazione di un modo di insegnare, di un modo di intendere il ruolo dell’insegnante e quello degli studenti che è (a mio avviso) vecchio, logorato, malconcio, inefficace. Un modo di insegnare che non viene modernizzato e reso più efficace rendendo interattiva la superficie su cui lavora l’insegnante. Sempre di didattica trasmissiva si tratta.

Un’analisi di Marco Guastavigna

Vorrei qui citare una bella (e totalmente condivisa) analisi fatta da Marco Guastavigna al Bracamp Scuola a Reggio Emilia. Marco, analizzando le politiche di  “innovazione” tramite le tecnologie di questo governo ha sentenziato che con l’enfasi sulla lim e sui contenuti digitali ci si è avviati verso quello che lui chiama il “pensiero unico” nella didattica. Subdolamente, attraverso atti amministrativi, il “pensiero unico” si sta diffondendo, insediando, consolidando attraverso il sostegno che viene dato attraverso i finanziamenti alla didattica trasmissiva,  alla centratura sui contenuti, al consolidamento del ruolo tradizionale dell’insegnante. Trappola nella quale anche tanti insegnanti “progressisti” sono caduti (tanto che mi viene da porre questa domanda: rifiutare la lim è un atto politico?)

 I buoni ed i cattivi

In questa nostra battaglia per una scuola moderna ed efficace possiamo fare una lista di “buoni” e “cattivi”, giusto per dire quali sono, a mio avviso, gli atteggiamenti da condannare e quali da auspicare.

I nostri nemici

A remare contro è:

  • l’avidità e l’irresponsabilità di quasi tutti i venditori che pur di vendere promettono miracoli e spacciano felicità, non consapevolezza;
  • la demagogia di troppi politici che li porta a trovare scorciatoie a basso prezzo e di corta visione per promuovere il vero miglioramento della scuola che, invece, è faticoso, lungo, costoso, doloroso,
  • il pressapochismo didattico di tanti , troppi, insegnanti, che non posseggono le basi concettuali del mestiere o le hanno molto deboli, che usano strumenti e tecniche senza neppure sapere il perchè.

I nostri alleati

Per contro, dobbiamo contare su:

  • gli insegnanti avveduti, consapevoli, riflessivi, competenti che sanno cosa fanno, che sanno scegliere strumenti e strategie didattiche e le sanno finalizzare. Fortunatamente questa categoria è in aumento;
  • i politici con il senso della prospettiva e con il coraggio di decisioni strategiche e di investmenti adeguati;
  • le aziende dotate di senso etico che vendono prodotti e servizi per quello che sono (e senza ungere con bustarelle).

A proposito di interattività

Le lim hanno la loro parolina magica su “interattive”: consentono l’interattività, gli studenti sono interattivi, consentono una didattica interattiva. E chi più ne ha, più ne metta.

Ma in cosa consiste la tanto acclamata interattività?  Spesso nel far alzare gli studenti dai banchi per fare loro qualcosa a e con   la lavagna, manipolare oggetti, eseguire routines comprese nelle applicazioni, cliccare, trascinare, espandere. Molto spesso un’interattività meccanica.

Facciamo un passo in dietro: perchè l’interattività è considerata, opportunamente, un “valore” nei processi di apprendimento? Perchè, in breve, solo un soggetto “attivo” può costruire un apprendimento significativo, solido, profondo, trasferibile, produttivo. Alla base dell’apprendimento, inteso in  questo senso (ma si può intenderlo anche come memorizzazione, ripetizione, riproduzione), c’è il processo di appropriazione dei nuovi contenuti, di “mescolamento” di vecchie e nuove conoscenze, di trasformazione (combinatoria) di entrambe, di trasformazione della struttura concettuale della propria mente. E cosa genera questa trasformazione? E’ il pensiero, è l’esercizio del pensiero, i processi di pensiero, le diverse forme di pensiero che sono sollecitate ed attivate. Una persona apprende quando interagisce, attraverso il pensiero, con le proprie conoscenze pregresse e ne costruisce di nuove.

L’interattività didatticamente utile è, pertanto, quella che avviene a livello di pensiero, quella che attiva processi cognitivi, quella che consente di lavorare a livello di struttura concettuale.

Mica di gambe, di braccia e di polsi.

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Link

http://www.scribd.com/doc/14646326/Marzano-Preliminary-Report-on-ActivClassroom

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Commenti

  1. paolaC ha detto:

    a nessuno cominciano a dare fastidio le parole nuovo e vecchio poi?

  2. Gianni Marconato ha detto:

    Paola, non ho capito. Mi spiegheresti meglio? Grazie (anche per l’attenzione al mio post)

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