Monthly Archives:maggio 2010

Prove generali di pensiero unico

Gianni Marconato commenti

Non bastasse la TV a reti unificate che trasmette sempre e solo una voce tanto da far passare per “vero” tutto ciò che fa comodo, l’abolizione totale del pensiero “divergente” è già iniziata nella scuola  la repressione del dissenso (http://www.youtube.com/watch?v=7ZIcBC5K4Yo) con il divieto agli insegnanti, da parte del dirigente regionale dell’Emilia Romagna, di esprime posizoni di critica verso le politiche scolastiche governative. E’ da aspettarsi anologhe ingiunzioni da parte di altri fedeli servitori dello “stato”.

Controllate le TV bisogna, ora, controllare/normalizzare l’unica forma ancora democratica di informazione, il web.

Ecco, quindi, ben nascosta nelle pieghe del pacchetto sicurezza (D.d..L. 733), la soluzione finale anche per la rete. Il capolavoro è del senatore Gianpiero D’Alia (UDC) attraverso un emandamento identificato dall’articolo 50-bis: Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet. L’approvazione è avvenuta giovedì scorso ed in questa settimana dovrebbe essere approvato dalla Camera

Il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta”.

In base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche  se all’estero; il Ministro dell’Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti  di filtraggio necessari a tal fine.
L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine  di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider  una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per  l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl’istigazione alla  disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi.

Il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l’unica informazione non condizionata e/o censurata.

Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo dove una “media company” ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.
Il nome di questa “media company”, guarda caso, è Mediaset.

Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un’impresa del Presidente  del Consiglio in un conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco  meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su  questa materia, questo emendamento al “pacchetto  sicurezza” di fatto  rende esplicito il progetto del Governo di normalizzare con leggi di repressione internet e tutto il sistema  di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il Governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa  alla Cina e alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.
Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare  le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c’è libera informazione e diritto di critica , il concetto di democrazia diventa un problema dialettico.

Be the first to like.

La scuola che funziona Camp

Gianni Marconato commenti

Si terrà a Venezia il 2 luglio il primo meeting in presenza del network La scuola che funziona e si svolgerà nell’ambito fisico e concettuale del VeneziaCamp.

Al Venezia Camp Al VeneziaCamp saranno presenti numerosi “prodotti” della rete in differenti ambiti sociali, culturali, economici.

Per il mondo della scuola ci saremo anche noi con il nostro lavoro fatto, con quello da fare, con le nostre proposte operative.

Informazioni aggiornate nella pagina del LSCFcamp. Al precedente indirizzo anche la iscrizioni e la segnalazione dell’intervento che si intende fare.

Il network La scuola che funziona è una rete di persone che hanno a cuore la qualità della scuola italiana e che intende contrastare con la propria azione didattica, con la propria etica professionale il degrado di fatto e di immagine della scuola pubblica italiana ed intende farlo valorizzando quanto di buono la scuola italiana già ha: tanti bravi insegnanti che con impegno e sacrificio si aggiornano, sperimentano, riflettono, condividono pensieri e pratiche.

Il network La scuola che funziona è una voce per la scuola

Al LSCFCamp saranno presentati e discussi alcuni tra i temi “caldi” che hanno impegnato il network in questi mesi di attività, per primo – per il valore simbolico e pratico che esso ha ma anche per il poderoso sforzo che sta impegnando i membri, quello che provvisoriamente chiamiamo “il giuramento di Ippocrate per gli insegnanti”, una dichiarazione – impegno degli insegnanti italiani per una scuola che aiuti i giovani a costruire il proprio futuro.

Il LSCFcamp sarà l’occasione dare visibilità ai lavori del network e per lanciare una proposta forte per una scuola per il futuro.

Be the first to like.

Didamatica 2010, esibizionismo tecnologico. Una conclusione

Gianni Marconato commenti

Didamatica 2010 si è conclusa da settimane ed una mia valutazione a così tanta distanza di tempo ha, almeno, il pregio del distacco emotivo che, a quei tempi, era di rabbia e di delusione.

A quei tempi pensavo che Didamatica fosse degna rappresentazione della mediocrità degli usi didattici delle tecnologie nel nostro Paese; adesso penso che questo sia certamente vero ma ci aggiungo che Didamatica non è la didattica con le tecnologie in Italia .

Didamatica, qualche enclave a parte,  è la parte peggiore della didattica con le tecnologie in Italia, quella degli usi deboli, poveri, superficiali… Quella dove si esibiscono usi didattici delle tecnologie; dove tutto il valore sta nel poter dire “io uso le tecnologie nella mia scuola, nella mia università, nei miei corsi e, quindi, sono all’avanguardia, faccio innovazione, faccio buona scuola”. Ma qui si, si fa esibizionismo tecnologico, non si fa didattica con le tecnologie.

Oltre Didamatica ci sono parecchie realtà in cui si fa un uso ricco, consapevole, metodologicamente fondato delle tecnologie. Sono, queste, realtà più impegnate nel fare che nel comunicare (il vuoto, il nulla). Ma queste realtà non le trovi in manifestazioni come Didamatica. Le trovi dove non si fa chiasso; le trovi quasi per caso, le trovi attraverso il passaparola, le incontri per caso girovagando per internet.

Penso ai lavori che si fanno in qualche università (“qualche”, perchè anche all’università si fanno tanti usi selvaggi, giusto per far cassa, giusto perchè c’è un PRIN, giusto per fare una pubblicazione …); penso ai lavori di qualche scuola, di qualche bravo insegnante, di qualche bravo dirigente che crea le condizioni per fare; penso ai lavori di qualche serio professionista, ai lavori di qualche seria centrale formativa.

Credo che l’innovazione didattica, su questo campo, sia diffusa, non sia concentrata solo nell’università , luogo deputato a fare ricerca. E questi nuovi luoghi della ricerca, dell’innovazione andrebbero conosciuti e valorizzati

Credo che la vera innovazione didattica (anche con le tecnologie) si faccia al di fuori dei circuiti ufficiali, fuori dai circuiti istituzionali. Vorrei, quasi, stabilire la relazione istituzioni – falsa innovazione *.

Ritornando a Didamatica e a quello che si è visto e ascoltato, posso concludere che:

  • Didamatica serve ad AICA  per i propri scopi associativi e per le mire dei suoi caporioni; non serve certamente a promuovere il buon uso didattico delle tecnologie. Se questa “promozione” dovesse avvenire, sarebbe più frutto del caso che di un disegno perseguito
  • AICA vuole accreditarsi come interlocutore (unico? privilegiato?) del Ministero per quanto riguarda la didattica dell’informatica e con l’informatica
  • AICA sta facendo un grande business con gli ECDL, non un’operazione culturale, scientifica, educativa
  • Didamatica non è una manifestazione di valore scientifico e culturale: è anch’essa business
  • A Didamatica sono state presentate tante attività frutto certamente del duro lavoro di tante persone che credono in quello che fanno  ma che, non per questo, producono cosa degne di essere raccontate in un contesto “scientifico” di risonanza “nazionale” come Didamatica fa credere di essere. Tante attività che hanno la dignità di essere raccontate durante le pause caffè di una vera manifestazione, in conversazioni tra colleghi …

Manifestazioni mediocri come Didamatica hanno il pregio di far sentire forte il bisogno di occasioni di riflessione concettuale, di condivisione di esperienza autentiche; fanno sentire, anche, il bisogno di nuove  e buone pratiche; fanno sentire, infine, il bisogno di una riscossa morale,  culturale, scientifica delle persone e del mondo della ricerca e delle persone che quotidianamente “stanno sul pezzo” e si fanno il … mazzo!

[Mia] conclusione delle conclusioni: In questa Italia delle apparenze, dell’esibizionismo e delle vanità, degli intrallazzi, Didamatica ci può stare.

Ma questa non è la mia Italia.

* Mi spiego: difficile che una persona agisca al di fuori di ogni istituzione. Le “grandi” istituzioni, le “grandi” associazioni – nei fatti – sono sempre portatrici di intressi diversi da quelli dichiarati per cui ciò che viene fatto è asservito ad uno scopo non dichiarato ma evidente e le mille mediazioni, i mille interessi coinvolti ne depontenziano l’azione, la svuotano, la impoveriscono

1 person likes this post.

Quando le tecnologie sono d’ostacolo …..

Gianni Marconato commenti

Si, capita anche questo. Che le tecnologie siano d’ostacolo alla libera espressione e all’operoso lavoro dell’insegnante.

Non è una battuta: è quanto mi sono sentito dire da un dirigente scolastico. Ma andiamo con ordine.

Mesi fa questo dirigente, persona stimabilissima, uno che guarda avanti, uno cui non si potrebbe applicare la sindrome che Antonio Saccoccio chiama del torcicollo nostalgico …..  , mi chiede di mettergli a punto un ambiente on-line in cui i suoi insegnanti di materie diverse e presenti in plessi tra di loro ben lontani potessero collaborare per condividere esperienze, metodologie, materiali, anche per dare un “impronta” distintiva all’offerta formativa di quella scuola.

Facciamo alcuni incontri in presenza per mettere a punto i contenuti del progetto e per condividere le modalità operative.  Si conviene di usare Moodle per limitare il lavoro in presenza, sempre difficoltoso da organizzare,  e come ambiente di comunicazione (forum), di condivisione dei materiali (upload di file), di costruzione collaborativa (wiki); si fa adeguata formazione alla tecnica dello strumento … ma le attività stentano a decollare.

Sento gli insegnanti e la motivazione da quasi tutti portata è la mancanza di tempo da dedicare a questo lavoro, oberati come sono  dalle altre attività scolastiche. Ne parlo con il dirigente chiedendogli di crere le condizioni organizzative perchè possano lavorare … lui fa la sua indagine e….  mi informa che gli insegnanti gli hanno detto che la vera ragione dello stallo è rappresentata dalle tecnologie, che le tecnologie non facilitano il lavoro … anzi … meglio ritornare a modalità di lavoro più tradizionali … anzi che Marconato è ossessionato dalle tecnologie  e le ficca dappertutto …

Sul momento, assai seccato, propongo di riallineare il progetto e di sostituire Moodle con uno scaffale  e di chiedere agli insegnanti di venire nella sede principale (distante anche 50 km dal plesso di lavoro di alcuni), di depositare lì i loro lavori, di passare di tanto in tanto a vedere se qualcuno ha messo qualcosa di nuovo, di fotocopiarli i materiali che ritengono utili, di lasciarsi sempre nello scaffale dei bigliettini con dei commenti, delle domande, di telefonarsi di tanto in quanto, sempre che il telefono con tutta la tecnologia incorporata, non rappresenti anch’esso un ostacolo, di organizzare, dopo decine e decine di telefonate (fatte dalla segreteria), un incontri in presenza, incontro al quale saranno presenti non più del 10% in quanto, come ovvio che sia, considerato che sono insegnanti, impegnati a insegnare …

Staremo a vedere se, tolte di mezzo le tecnologie, il progetto prenderà vigore, se gli insegnanti saranno entusiasti di lavorare, se si collaborerà, si condividerà,  si produrrà. Staremo a vedere se  si troverà il tempo .. la motivazione … il senso … staremo a vedere se  erano le tecnologie  a ostacolare o se era qualcos’altro …..

Integrazione post pubblicazione

La mia arrabbiatura  per la reazione riportata (non so quanti degli insegnanti coinvolti la condividano) non è dovuta al mio difendere le tecnologie … a prescindere. Chi mi segue qui sa che per me le tecnologie non sono sempre e comunque un valore e che credo vadano usate solo quando danno un chiaro valore aggiunto.

Nel caso specifico, il valore aggiunto è dato dall’aiutare a far fronte al problema della possibilità di sviluppare il lavoro di progetto solo attraverso incontri in presenza considerato che sono coinvolti una ventina di insegnanti per ciascino dei tre gruppi, che questi insegnano in scuole a tempo pieno, che un paio di scuole distano dal capoluogo circa 50 km. Le tecnologie, quindi, come fattore di abilitazione  e di facilitazione.

Ciò premesso, un paio di considerazioni su cosa l’incidente può insegnare.

  1. Creare le condizioni per poter lavorare e studiare a distanza. Pare che, nella rappresentazione di tanti, l’uso delle tecnologie non comporti il consumo di tempo. Lavorare e studiare “a distanza” lo si fa a tempo zero e, quindi, non serve dedicarci un tempo specifico, non serve sottrarre tempo a qualche altra attività per dedicarsi a quella, non serve organizzare i momenti di lavoro ….. Pare sciocco evidenziare che anche lavorare e studiare a distanza richiede tempo e che quel tempo deve saltare fuori da qualche parte .. e invece, no, il lavoro a distanza  si può fare a tempo zero; chi assegna un lavoro a distanza non deve riconoscere quel tempo, non deve liberare chi deve lavorare in quel modo da altri impegni, chi lavora non è necessario si programmi l’impegno …. con il risultato che se si deve lavorare a distanza, cosa di per sè già difficile, prima si rinvia, poi si rinvia ancora e alla fine, non si lavora e si abbandona – con frustrazione – il progetto
  2. Dare senso al lavoro. Anche quando si creano sul piano organizzativo e individuale le migliori condizioni per lavorare a distanza, se il lavoro non ha un senso personale, l’impresa rimane alquanto difficile sia perchè nessun adulto sano di mente farebbe per troppo tempo e a un livello di qualità un lavoro se non trovasse una ragione, sia perchè lavorare, come studiare, a distanza è molto, ma molto, più difficile che farlo in presenza dove la “presenza” stessa dà una struttura ed un supporto al lavoro
  3. Allenarsi a lavorare a distanza. Lavorare, e studiare, a distanza richiede abilità tecniche ed organizzative specifiche come richiede, anche, uno specifico set di atteggiamenti. Queste abilità e questi atteggiamenti non sono inseriti nel nostro patrimonio genetico e vanno sviluppati con gradualità, ed anche questo richiede tempo, fatica, volontà …..
  4. Le “scappatoie” del lavoro in presenza. Non dobbiamo trascurare neppure l’ipotesi dell’insegnante fannullone. Come tra tutti gli esseri umani, idraulici o ingegneri, anche tra gli insegnanti qualcuno di fannullone lo si può trovare (e lo si trova), quello che vegeta parassitamente sul lavoro dei colleghi, quello che non ha voglia di aggiornarsi, di innovare, quello che non vive con responsabilità il proprio lavoro…  Consideriamo, quindi, il caso dell’insegnante fannullone: se si lavora in presenza, cioè attraverso “riunioni” che attivano anche del  lavoro individuale e a casa, se si manca ad una riunione – e a volte pesa meno insegnare o fare qualcos’altro, che andare ad una riunione, si è assolti da ogni dovere, si ha la giustificazione per non fare, per non lavorare; un motivo per essere assente anche alla prossima riunione lo si può trovare . Lavorando a distanza, alcuni alibi vengono meno  perchè trovare il tempo per lavorare, e lavorare, è una responsabilità della persona e non vi è alcun alibi per non produrre qualcosa. Con le tecnologie, l’insegnante fannullone viene smascherato. Risulta, quindi, più comodo, psicologicamente, eticamente, socialmente, dire che le tecnologie sono d’ostacolo che autocertificare di essere un fannullone.
Be the first to like.

Didamatica 2010 e Fondazione Agnelli

Gianni Marconato commenti

Qualche dato (alla rinfusa. giusto per conservare e sistemere due appunti) sullo stato dell’arte in una tavola rotonda sul ruolo dell’informatica nella riforma della scuola:

  • Non penetrazione dell’informatica nella scuola superiore. Informatica che innova ovunque, ma non nella scuola. Si ha quindi il fallimento dell’ipotesi informatica.
  • Necesità di rifondazione dell’insegnamento dell’informatica
  • Nel PNI solo il 20%di quelli che hanno aderito alla sperimentazione seguono il programma della stessa (hanno attivato il percorso solo per avere un paio d’ore in più in pogramma)
  • Carenza di docenti con titolo coerente
  • Non si ha un’effettiva integrazione tra le discipline coinvolte
  • La formazione degli insegnanti non è servita, quella fatta non è stata sistematica, non valutata, non condivisione dei prodotti
  • Ruolo fondamentale del problem solving (!)  nell’integrazione delle diverse discipline scientifiche

Significativi i dati emersi da una ricerca della  Fondazione Agnelli sull’uso delle tecnologie nella didattica. Il tema della ricerca erano i divari della scuola italiana, la sua efficienza, equità, efficacia.

Un dato confortante: non siamo in ritardo nelle dotazioni informatiche delle scuole rispetto agli altri paesi; abbiamo recuperato il ritardo passato. Ottima notizia. Ma il problema è dove e come si usano: qui siamo particolarmente in ritardo.

Le competenze informatiche degli insegnanti sono in linea con quelle degli altri laureati non insegnanti; nessun divario neppure qui.

Un dato chiaro: anche dove le tecnologie ci sono e sono usate, si hanno pratiche didattiche obsolete.

La ricerca si domanda quali evidenze empiriche abbiamo sul tanto declamato valore aggiunto nell’apprendimento dall’uso delle tecnologie. Cosa vuol dire cambiare in meglio la scuola?

Secondo la FGA vuol dire migliorare i saperi, gli apprendimenti e fare in modo che chi ha imparato con le tevnologie sappia qualcosa di più e se la cavi meglio di chi non le ha usate

Le evidenze in questo senso sono poche, tanto in Italia che a livello internazionale.

Dal PISA 06 emerge che esiste una correlazione tra la familiarità con cui si usano le tecnologie nella scuola e i risultati che ottiene chi le usa. Pare che con 3 anni di uso si abbia il 35% in più di risultato.

Ma non si hanno prove di correlazioni in ambito scolastico ne positivo ne negativo. Una ricerca IPRASE testimonia correlazioni positive.

Pare si debba concludere che la correlazione positiva tra uso delle tecnologie e apprendimento debba rimanere un atto di fede.

La mia posizione su questo tema è la seguente:

  • anche un approccio empirico consente di rilevare che le tecnologie sono usate all’interno di pratiche didattiche tradizionale (vedi, anche, i monitoraggi sull’uso delle LIM)
  • viene ulteriormente smentita l’ipotesi “cavallo di Troia” e trova conferma quanto e da sempre predico (entrando in contrasto anche con “illustri accademici” che affermano il contrario), che il problema dell’innovaazione didattica va affrontato di petto e non per vie traverse
  • il tema dell’innovazione didattica è complesso come pure è complessa la tematica della didattica con le tecnologie
  • il problema è l’apprendimento; non l’insegnamento e men che meno le tecnologie
  • quando si parla di usi didattici delle tecnologie vanno fatti tanti distinguo: in quali contesti didattici,  per quali obiettivi di apprendimento, sulla base di quali strategie didattiche…..  Lo stesso dicasi per ogni tentativo di misurare l’impatto.

A conclusione della tavola rotonda, durante la quali i gerontocrati di AICA hanno cinguettato amabilmente con il Ministero, rimango con il convincimento che AICA si voglia accreditare come interlocutore privilegiato, se non unico, del ministero per la didattica dell’informatica.

Siamo, davvero, in buone, buonissime mani. Il destino della scuola è assicurato:  in discarica, area rifiuti tossici…..

Be the first to like.

Didamatica 2010, qualcosa di buono

Gianni Marconato commenti

Sempre interessante il lavoro che si sta facendo attraverso la robotica. Tecnica professionale, elettronica, elettrotecnica, programmazione informatica, fisica …….. Didattica attraverso la robotica, apprendimento induttivo, per compiti significativi.

Ho ascoltato con vero piacere, anche culturale, di un vasto progetto in Piemonte dell’USR che ha coinvolto gli ITIS, gli IPSIA ma anche le elementare (con robot di pezza); obiettivo la continuitá di approccio dalla primaria alla secondaria per spingersi fino all’universitá.

Il sempre ottimo Michele Maffucci ci parla della rete di scuole “porte aperte alla robotica”.  Un suo progetto (IPSIA) con allivi dal classico profilo di dropout con problematiche  cognitive, sociali, psicologiche. La sua , attraverso la robotica, una didattica del reale del concreto per un accesso esperenziale alla teoria.

Apprendimento contestualizzato. Robotica come attrattore, focalizzatore dei processi di apprendimento. Apprendimento per scoperta guidata. Un progetto davvero bello, un progetto pensato, riflettuto, didatticamente fondato. Un esempio di teoria che si fa (buona) pratica.

Ancora una volta, complimenti,  Michele

Ho molto apprezzato anche la presentazione di Alfonso Molina in cui la robotica didattica è vista come un motore dell’innovazione.

Alfonso ci parla della Fondazione Mondo Digitale, un’organizzazione che lavora, parole loro, per una società della conoscenza inclusiva combinando innovazione, educazione, inclusione e valori fondamentali.

Utilissimi per la robotica didattica alcuni manuali (scaricabili in PDF), RoboDidactics Manual sugli aspetti generali dell’approccio ) e  per la didattica della fisica e tanti altri.

Segnalo, sempre via Molina, anche il portale Phyrtual, un progetto per l’innovazione sociale via socialnetwor. Una specie di facebook ma di progetti.

Qualche altro breve accenno su iniziative promettenti:

Corrado Petrucco (Padova) e Mario Mattioli (Roma) ci raccontano una piccola esperienza di uso di Storie nella didattica della matematica; chiara la fondazione concettuale, da migliorare la traduzione didattica

Marisa Michelini (Genova)  ci parla della multimedialità nella didattica della fisica in un liceo psicopedagogico. Curioso il suo lavoro con simulazioni “umane”: sensori applicati a persone con dati ricevuti e rielaborati dal computer. Prospettiva promettente mettendo in gioco ingegno e creatività

Luigi Nevola (Bolzano) racconta di AUDIENCE, un progetto nella Formazione Professionale, di uso di netbook personali per tutti gli studenti; una infrastruttura digitale a livello di scuola con – notizia davvero interesante – smantellamento dei laboratori di informatica. Aspettiamo la realizzazione dei buoni propositi

Due iniziative che non so se definire grottesche o segno del degrado – precoce – dellle tecnologie della didattica.

Una entusista e certamente preparata ragazza, saltellando tra matematica e filosofia, avrebbe la pretesa di concettualizzare i Learning Object come “matrici trascendentali”. Chiaro e rigoroso il suo discorso ma alla mia domanda sul perchè ritiene che i LO siano degni di tanta attenzione, risponde parlando d’altro. Forse perchè come diceva il buon Bob Dylan, risposta non c’è .. ma …  forse …. chissà ….

Demenzaile davvero il dispositivo tecnologico messo in piedi da innominabili soggetti. Scenario: formazione a distanza; obiettivo monitorare e motivare lo studente. Soluzioni: a) un “naso” elettronico installato nella postazione dell’utente che rileva, e segnala al docente, se e quando l’utente si allontana per per più di 3 minuti dalla postazione di lavoro durante le sessioni live; b) un’applicazione che interpola una serie di informazioni sui comportamenti degli utenti (es. chat private ) per dterminare il “brusio d’aula” e consentire, così, all’attendo docente di intervenire per ripristinare l’ordine. Conclusione: da internare subito prima che facciano altri danni.

Be the first to like.

Ivan, un amico ci ha lasciati

Gianni Marconato commenti

Poche ore fa Noa Carpignano mi raggiunge con una mail in cui informa me e altri amici che eravamo presenti allo SchoolBoolCamp di Fosdinovo lo scorso settembre che Ivan, che avevamo conosciuto in quell’occasione, non è sopravissuto ad un ictus che lo aveva colpito due settimane fa.

Ivan era, a quel tempo e lo rimasto anche dopo le recenti elezioni amministrative, vicesindaco di quel bellissimo paesino arroccato sulle pendici delle Apuane, tra la Toscana e la Liguria ed anche in quella veste avava dato un grande aiuto al successo dello SchoolBookCamp 2009 e lo stava dando anche a quello previsto per la metà di settembre di quest’anno

Ivan, nome di battaglia di Dante Bernardini era un energico rappresentate di quella politica dura e pura che lotta per un idea, che amministra per il popolo, si, per i popolo.

Ivan, 63 anni,  storico ambientalista della Lunigiana, pioniere dell’agricultura e dell’agriturismo biologico, tra i fondatori di Radio Popolare è stato attivo difensore dei valori dell’antifascismo e della pace.

Ricordo una piacevole avvenutura vissuta a suo diretto contatto lo scorso anno. Ivan aveva trovato per me e per per un altro partecipante al Camp alloggio presso un B&B di fidati “compagni”, un luogo per “amici” veri.

Già la presentazione così singolare del luogo dove avremo alloggiato mi avave messo in allarme: perchè un ambiente tanto esclusivo? cosa poteva mai avere di tanto singolare da renderlo adattatto a “veri amici”?

Ivan ci carica sulla sua auto e, dopo abbondante e gustossima cena a base di salumi, sgabei, testaroli col pesto ed altrettanto abbondante innaffiatura di un bianchetto locale, si avventura per una stradina sterrata.

Vedrete domani mattina in quale paesaggio stupendo e incontaminato è collocata la casa diove sarete ospiti, ci dice Ivan. E via a decantare le qualità del luogo.

Il percorso sullo sterrato che mette a dura prova le sospensioni e la marmitta dell’auto di Ivan non finiva mai, sempre più dentro un bosco fitto fitto, sempre più buio, stradina sempre più stretta…..

All’improvviso la voce raggiante di Ivan ci annuncia “arrivati!!!”. Arrivati? diciamo noi … qua non si vede nulla, … è tutto buio, …. non si vede una costruzione ….

Aspettate domani mattina, con la luce, e ammirarete un paesaggio da favola, ci comunica con il suo solito e contaggioso entusiasmo Ivan. Ci facciamo largo tra i rovi e vediamo una luce fioca che esce da una casina tipo nonna di Cappuccetto Rosso e, all’improvviso, si illumina pure la casa dove avremo dovuto abitare per tre notti.

Un bel casale in pietra, fresco di restauro gestito da una coppia di figli dei fiori in ritardo storico ….

Entriamo in casa, pulita ma “sobria”, nel senso che l’unico armadio disponibile era la nostra valigia; bagno in comune, forse un cuscino ….

Aperta la finestra per arieggiare entra un pipistrello, fatto uscire dopo mezz’ora di estenuante negoziazione con lo stesso.

Considerata l’ora, e la gentilezza di Ivan, decidiamo di rimanere (anche perchè non avermo saputo dove altro andare).

L’indomani mattina, all’apertura delle imposte un paesaggio davvero stupendo ci si era offerto: bosco fitto, rapaci, aria frizzante, silenzio di tomba. Luogo ideale per meditare o per rintanarsi con un amore  di fresco conio, ma per chi come noi, che gira per alberghi quasi tutti i giorni … un po’ … scomodo. Decidiamo di abbandonare il paradiso terrestre per qualcosa di più terrestre e meno paradiso.

Ivan, venuto a prelevarci, alla comunicazione dell’abbandono del luogo, ghignando, ci disse … immaginavo…..

Grande Ivan, dal cuore d’oro …. Mi mancherai, ci mancherai … Verrò a portare un fiore sulla tua tomba quando, a  settembre, sarò ancora a Fosdinovo …

Con me ricordano Ivan

Noa Carpignano

Mario Guaraldi

Archivi della Resistenza

Be the first to like.

Ti auguro un bravo insegnante, ragazzo

Gianni Marconato commenti

Ti auguro un bravo insegnante, ragazzo.

Uno che venga a scuola per imparare

che entri in classe come un vento che spalanca le finestre

che consideri il programma un punto di partenza e non di arrivo

che sfogli con impazienza il registro e legga i tuoi compiti con attenzione

che non si genufletta al preside

che discuta con te e i tuoi compagni i regolamenti e le circolari

che sia contento dei tuoi buoni risultati quanto te

che consideri le tue insufficienze un problema e non una sentenza

che sappia parlare con i tuoi genitori per trovare insieme a loro il modo di capirti e parlare con te anche quando ti chiudi in te stesso e sbatti la porta in faccia al mondo

che ti trasmetta fiducia e saggezza

che non cerchi nuovi strumenti solo sui libri, ma verificando onestamente gli effetti delle sue azioni

che non apprezzi l’adulazione

che non sia schiavo dei regolamenti

che sia curioso delle tue curiosità

che consideri il suo sapere non un mezzo per affermare la sua autorità ma uno strumento per farti crescere

che ti dica sempre quali sono le valutazioni che assegna alle verifiche e come le ha misurate

che ti dica quello che pensa sinceramente

Uno che possa anche sconcertarti all’inizio, ma che potresti imparare a stimare con il tempo.

Un insegnante che si possa guardare negli occhi

Questo insegnante ti auguro, ragazzo.

Questo testo me lo ha mandato una cara amica, Mariaserena Peterlin che mi dice di farne l’uso che credo. Lo pubblico qui dato che lei è momentaneamente impossibilitata a farlo. Auguri MS!!!

2 people like this post.

L’insegnante felice

Gianni Marconato commenti

mariedargent.com

Si, pare sia davvero felice l’insegnante della scuola italiana.

E’ questo, in estrema sintesi, quanto emerge dall’indagine IARD di cui la stampa dà oggi conto.

A dispetto di un’immagine sociale sempre più degradata, di un’identità sempre più incerta, a dispetto dei continui attacchi sferrati alla scuola e a loro stessi da parte del governo, l’insegnante italiano resiste, è orgoglioso e felice del proprio lavoro, lo rifarebbe nuovamente, lavora con impegno …..

Parrebbe, quasi, che la realtà e la sua rappresentazione stessero su pianeti diversi; da una parte la scuola “vera” con i suoi operosi insegnanti tutti dediti alla difficile missione che istituzionalmente è stata loro affidata, dall’altra la scuola raccontata dei mass-media, da tanti libri adeguatamente rilanciati dal tritatutto mediatico, la scuola vilipesa dai politici, la scuola asfissiata dai tagli di bilancio, la scuola da distruggere perché inadatta agli scopi per cui è stata costruita. La scuola che ha tutti contro.

E in questo gioco al massacro, l’insegnante, come se nulla fosse, continua (quasi) imperturbato a combattere la sua solitaria battaglia.

Allora mi assale un dubbio: che il Nostro non sia un emulo del combattente giapponese che a guerra terminata, e persa, continua la sua guerra personale? Che non sia, il Nostro, un emulo di Don Chisciotte tutto intento a combattere i mulini a vento?

In attesa di una risposta, vediamo qualche dato che emerge dalla vitata indagine

Alcuni dati “oggettivi”

Il nostro corpo insegnante è il più vecchio del continente, la carriera più accidentata, gli stipendi più bassi e una femminilizzazione incalzante.

Ottimo e abbondante anche il morale

Più di 8 su 10 rifarebbero questo lavoro; in calo il burnout. Di 10 punti in più il primo rispetto a 20 anni fa i primi, altrettanto, ma in meno, i secondi

Quale la causa di tutto questo?

Pare sia il clima in cui si vive a scuola: relazioni umane più che soddisfacenti a tutti i livelli, la possibilità di lavorare costruttivamente con i giovani, casi-limite (bullismo) contenuti e gestibili.

Interessante la percezione di sé che hanno gli insegnanti

Non più,  come dieci anni fa, un “professionista” che si gioca tutto sulla competenza ma un “ruolo sociale” da esercitare.

Percezione, a  mio avviso, non produttiva e che, forse, spiega la valutazione che in tanti danno della limitata competenza media dell’insegnante d’oggi, valutazione che, però, non sembra trovare conferma nei dati dell’indagine.

La scuola italiana pare sia composta prevalentemente di buoni insegnanti (chissà come questa “bontà” è stata determinata) con un buon 20 – 30% sulla soglia dell’eccellenza.

Pare venir meno l’idea della professione come espediente per conciliare un lavoro retribuito con la conduzione della famiglia

La metà degli insegnanti sta a scuola ben oltre il tempo di insegnamento

In questo paradiso che pare essere la scuola italiana, qualche ombra ci sarà?

Gli insegnanti ritengono di essere reclutati non sulla base del merito; si sentono mal preparati ad insegnare pur ritenendosi competenti nella materia; pochi frequentano corsi di aggiornamento; amano poco mi libri

E con le innovazioni digitali come la mettiamo?

Ci si sforza di mantenersi al passo con il nuovo ma si è costretti a farlo in modo del tutto volontaristico, sia per quanto riguarda la formazione che la dotazione tecnologica: tutto – o quasi – a proprie spese. Ma le tecnologie si usano poco: abbastanza per preparare le lezione, molti meno per fare la lezione.

Allora, quale è la didattica che si vede nelle nostre classi?

E’ la lezione frontale a regnare sovrana con qualche integrazione di interattività

Pare mutare il significato attribuito al voto

Nella difficoltà di disporre di affidabili tecniche di misurazione, il “quanto” è stato imparato  pare interessare pochi insegnanti, addirittura uno su quattro proprio non ne vuol sapere; per questo, invece di considerare quanto gli studenti hanno appreso, si preferisce “misurare” i progressi, l’impegno dimostrato.

Io leggo del rapporto su Repubblica e il cronista si domanda se questo rifiuto a valutare, a misurare con severità e rigore non rappresenti il rifiuto degli insegnati di essere gli unici ad applicare le regole in una società priva di regole. Con la conseguenza di isolarsi dal mondo esterno e di imboccare la via dell’autoreferenzialità.

A mio avviso la “vera” scuola non è ne quel paradiso terrestre che pare emergere dall’indagine IARD, ne quel terremotato mondo descritto da certi politici e abbastanza diffuso nell’opinione pubblica. La scuola italiana si presenta a macchia di leopardo: sacche di scuola che non funziona (quelle che a mio avviso prevalgono) e sacche di scuola che funziona.

Ma, attenzione, le “macchie” non sono determinate dal tipo di scuola, dalla sua collocazione geografica, dalle condizioni socio-culturali dell’area in cui si trova ….. La divisione, la spaccatura, direi, è all’interno di ogni scuola, è all’interno di ogni classe e ciò che fa la differenza più che l’istituzione è l’insegnante.

Michele Smargiassi, su Repubblica di oggi,  termina il  suo servizio con la domanda: “… i nostri insegnanti cosa vogliono essere?”

Ricordo che una risposta la stanno costruendo più di 900 insegnanti del social network La scuola che funziona (www.lascuolachefunziona.it). Qui stiamo, infatti, costruendo collaborativamente e per gli insegnanti quello che per i medici è il giuramento di Ippocrate. Nell’affollata e ricca discussione in atto stanno emergendo temi come

  • la centralità della competenza didattica
  • l’essere “professionisti” dell’apprendimento,
  • la capacità di leggere senza stereotipi il proprio “utente”,
  • di agire per il futuro,
  • di rifuggire il piagnisteo e mettersi sulle spalle i problemi,
  • di lavorare con creatività,
  • di fare ricerca,
  • di rifiutare un ruolo impiegatizio,
  • il non sentirsi mai arrivati …

ecco cosa sta emergendo, tante dimensioni per una professione piena di energia.

Tanta energia, come quella presente nel network che cresce in consapevolezze e profondità di giorno in giorno utilizzando le dinamiche generative della rete.

Si, è proprio come dice l’indagine IARD: nella scuola italiana ci sono

  • tanti insegnanti consapevoli del proprio ruolo a dispetto di una immagine sociale e culturale deteriorata,
  • tanti insegnanti cha fanno buona scuola,
  • tanti insegnanti che non ci stanno al gioco al ribasso e al massacro chi è sottoposta la scuola oggi ad opera di politici e mass-media.

Questa è una scuola che funziona; senza dimenticare che c’è anche la scuola che non funziona.

Be the first to like.

Cerca

Categorie

Archivio

Twitter

Mie presentazioni

View gmarconato's profile on slideshare

NetworkedBlog

Scoop.it

Le mie attività su Facebook