Monthly Archives:aprile 2007

Dove mangio a Genova

Gianni Marconato commenti

Dove mangiare a Genova?

Lo Zenacamp è stata, pur nella sua brevità, un’occasione per ripassare qualche indirizzo e scoprirne di nuovi.

Eccoci, dunque, al sodo.

Cucina ultra tipica e, come si usa dire, location ancor di più, l’Antica Trattoria Sa Pesta in Via dei Giustiniani, 34/R. Tel 010 2468336. Ceramiche bianche e verdi alle pareti che fanno tanto macelleria, arredo essenziale (sgabelli e panche per sedersi) e di un bel vecchio. Prima che trattoria, è una “farinata”, un luogo dove si cucinano al fuoco di un forno a legna tipo pizzeria, prodotti tipici genovesi come la farinata, la torta Pasqualina, la focaccia (che, come mio figlio mi ricordava quando faceva le elementari, non è una foca … cattiva cattiva) …) genovese ed altre “torte” salate in cui dominano verdure e formaggi.

Buoni posti anche:

Trattoria Raibetta, vicino Caricamento, Vico dei Caprettari, 12/R, tel. 010 2468877. Carta della tradizione genovese; buona carta dei vini anche a bicchiere.

Osteria di Vico Palla, in Molo Vecchio, Vico Palla3. tel 010 2466575. Il regno dello stoccafisso.

Antica Osteria Pacetti, vicino Brignole, Borgo Incrociati 22/R, tel. 010 8392848. Di antiche origini, ora con nuova e competente gestione.

Buon pesto artigianale nelle rosticcerie Caprera in via Caprera o Bruciamanti in Via Roma.

E, prima di ritornare a casa, regalatevi un euro di focaccia genovese al Panificio da Mario, in via San Vincenzo (vicino Brignole). Non avrei mai pensato che la focaccia genovese potesse arrivare a livelli simili ….

Antica osteria alla Foce via Ruspoli72/74 r. 010 5533155. Il grande forno a legna arde solo di sera. La gente del quartiere (Foce, zona Fiera) passa e porta a casa una strepitosa farinata appena sfornata o le torte salate di turno. Ho assaggiato quelle alle bietole e ricotta e quella al riso. Non era solo la fame, ma erano notevoli …. Interrogati, i proprietari mi dicono che il padre, verro genio del forno a legna, fa le torte e le fa anche con la cipolla, il pomodoro, le acciughe, i peperoni ed altro. Dopo aver assaggiato ieri le classiche trofie al pesto, che data la stagione erano state impastate anche con un poco di farina di castagne, mi faccio consgliare: ravioli ripieni di borraggine conditi con una salsa di pinoli e rosmarino. Una ricetta, mi raccontano, più antica del pesto di basilIco. Da provare e godere. Un po’ pesante (e detto da me …). In menù ho visto altri piatti di pasta con i sughi della tradizione genovese, secondi di terra e mare. Un particolare di non poco conto: tutta la pasta la fanno loro. How much? A pranzo (leggero)16 €, a cena (normale), 25,

Passo davanti alla Trattoria Da Rina (Via Mura delle Grazie 3 R,010 46647) e mi ricordo di essreci giá entato poco più di 15 anni fa. Supero il turbamento ed entro. Fortunatamente, la stessa gestione. Lasagne al pesto: lasagna (mandilli de sea, fazzoletti di seta. Poetici) di ottima fattura; pesto gustoso e leggero. Frittura con vedure molto buona, se si esclude il calamaro leggermente “odoroso”. In menù la giusta variazione di mare e terra nella tradizione genovese. Locale giustamente elegante e prezzo sui 40 euri.

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Zenacamp, un paio di riflessioni finali

Gianni Marconato commenti

Tra meno di un’ora si spegneranno i riflettori su Zenacamp.
Che dire?
E’ la mia “prima volta” ad un Barcamp e come tutte le prime volte, non hai metri di paragone ma, rispetto alle motivazioni che mi hanno portato a Genova ed alle mie correlate attese, devo dichiarare la mia soddisfazione.
Sono soddisfatto perché ho visto che la formula “open” (nessun programma pre-confezionato, nessun guest speaker) funziona: se hai qualcosa da dire, lo puoi dire e trovi sempre qualcuno che ti ascolta e che si mette a discutere con te. Anzi, credo che sia proprio questa formula “dal basso” a stimolare discussioni aperte perché non ingessate dall’ufficialità.
Sono soddisfatto perché ho visto ed incontrato molta gente che ha voglia di parlare e discutere e non di “mettersi in mostra”. Il barcamp mi pare una buona formula per non creare giochi collusivi: io invito te e tu inviti me … e via di seguito in un turbinio di auto-referenzialità.
Non so, però, se per tutte queste ragioni una “presentazione” fatta ad un barcamp valga come “titolo”, sia cioè una medaglia di latta o di pregiato oro.
Non ho seguito tanti interventi perché trattavano temi che non erano di mio interesse (non sono un informatico). Forse è questo il principale limite di Zenacamp che non aveva un tema-guida ma era aperto a chiunque volesse parlare delle tecnologie di rete. Forse sarebbe bene finalizzare ad un’area tematica.
Sul piano organizzativo, Zenacamp mi è sembrato un evento “ricco”: ci hanno riempito di gadget e di prodotti locali, ci hanno offerto il pranzo. Mi è parso, anche, un evento ben organizzato. WIFI aperto e di buona velocità in tutti i luoghi dell’evento.
Questa facility mi ha consentito di postare in tempo reale e di vedere, già in tarda mattinata arrivare un primo commento e nel pomeriggio già fatto un link alla mia presentazione su ShareSlide (grazie di vere cuore – la cosa mi ha gratificato – ma, non avete meglio da fare che seguire il mio blog?) .
Copertura web-tv integrale (la moglie di un collega lo ha visto sul web e lo ha chiamato per dirglielo …. Era stato visto in mia compagnia, quindi, no problem ….) grazie a Robin Good TV.
La partecipazione è stata buona (più di 100 partecipanti effettivi) e le tre sessioni parallele ben frequentate.
Ho sentito più di un commento sulla (scarsa) qualità di alcuni interventi.
Gender isuue: presenza prevalentemente maschile (a naso, non più del 15 – 20% di femmine).
Grazie organizzatori, grazie colleghi blogger e non.
Pubblico e vado a vedere Genova.

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Zenacamp, apprendimento formale ed informale

Gianni Marconato commenti

Con il collega Antonio Fini, abbiamo allestito all’interno dello Zenacamp una micro-sessione sulla formazione. A noi si è aggiunta anche la collega Angela Sugliano, dell’Università di Genova ed abbiamo tenuto banco per una oretta e mezza.

Antonio ha parlato di apprendimento formale ed informale.


Angela ha presento una sua esperienza titolata “insegnare ed apprendere le ICT”.

Nel corso ed al termine delle tre presentazioni un breve dibattito convergente sul fatto che l’avvento delle tecnologie sta scardinando le gerarchie di “potere” nella scuola aprendo ampi spazi, accanto alla dimensione “formale” della stessa, la dimensione “informale”.
La questione, allora, potrebbe diventare: come coesisteranno queste dimensioni? Non si porranno problemi “politici” di potere, nel senso di conflitti tra chi detiene quello formale (ad esempio, è stato detto i “baroni”) e chi detiene quello informale distribuito all’interno della comunità delle persone che apprendono ?

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Zenacamp, verso un processo alle tecnologie nella didattica

Gianni Marconato commenti

Allo Zenacamp ho presentato l’idea di un “processo alle tecnologie nella didattica”. Una ventina di persone presenti.

Qui le slide della mia chiacchierata.

Questo lo script dell’intervento:

La questione è: le tecnologie usate nella scuola e nella formazione hanno prodotto risultati tali da giustificare gli investimenti, soprattutto pubblici, fatti?

La montagna di risorse allocate:

  • intelligenze di studiosi
  • energie, tempo ed entusiasmo di operatori
  • soldi
  • macchine e software

ha partorito il classico topolino?

Se ascoltiamo la voce ufficiale, qui in Italia,

  • stampa
  • istituzioni
  • università
  • industria
  • eccccc…..

sembra si stia navigando con il vento in poppa:

  • attività in espansione (vedi ultimo rapporto ANAEE-CNIPA sullo stato dell’e-learning in Italia)
  • quasi tutte le università sono on-line
  • investimenti pubblici in espansione (bandi regionali, nazionali,
  • articoli su stampa generalistica e specialistica che pontificano sull’utilità delle tecnologie nella
  • scuola
  • esplosione dei titoli di pubblicazioni specialistiche in libreria

Però, vai a guardare le attività che si fanno e non trovi tanti report che descrivano cosa sia stato fatto o meglio, i diversi report descrivono l’attività ma dicono assai poco, anzi tacciono, sugli effetti, sui risultati di quella attività.

Si tace su come i destinatari abbiano vissuto l’esperienza.

Quando si legge qualcosa su questionari compilati dai destinatari, si vedono, spesso, domande fatte in modo tale da non avere risposte sgradevoli, ovvero si intervistano persone compiacenti

Ma come la pensano veramente gli utenti?

Posso citare solo alcune mie esperienze dirette (azioni in cui ho fatto il monitoraggio) ed i pareri sono tra il molto negativo all’insoddisfacente.

Guardando statistiche di partecipazione si nota una “mortalità” consistente, fino anche al 90%

Un numero crescente di insegnanti, che hanno usato le tecnologie con la classe, manifestano insoddisfazione (vedi i vari blog degli stessi)

Anche in convegni “ufficiali” senti sempre più spesso levarsi voci che segnalano “problemi” con le tecnologie usate a scopo didattico.

Sorge, allora, la necessità di porsi la domanda fatta in apertura e, più in dettaglio, :

  • quali sono i risultati reali di anni di usi didatti delle tecnologie?
    • Che fine hanno fatto i soldi pubblici investiti?
    • Quali sono gli impatti di tanta ricerca universitaria?
  • Siamo di fronte all’ennesimo fallimento dell’uso didattico delle tecnologie?
  • Possiamo parlare di usi diversificati (modelli, strategie didattiche, strategie organizzative) delle tecnologie che sono problematici/fallimentari ed altri che non lo sono?

La questione è complessa e non penso di trarre qui ed ora una risposta definitiva, ma voglio lanciare l’idea di organizzare un vero e proprio “processo” alle tecnologie didattiche con tanto di accusa, difesa, PM, giudici, testimoni a carico ed a discarico …….

Chi ci sta?

Aspetto le reazioni

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Zenacamp, si parte

Gianni Marconato commenti

Siamo in attesa di partire con il barcamp al pesto.
Un clima molto informale, cordiale, quasi goliardico.
Un tavolo pieno di focaccia fumante ci accoglie. Ci regalano la maglietta ufficiale che sulla schiena riporta il motto del camp” Libertè, egalitè, trenettè”.
A tutti gli iscritti un badge metallico personalizzato con il proprio nome ed l’indirizzo del blog.
Altri benefits: un vasetto di pesto ed una confezione di trofie (grazie di cuore allo sponsor) e, per pranzo? Ovviamente un “buono ….pesto” (battuta di Antonio).

Grande e gioiosa confusione. Mi sono prenotato uno spazio-comunicazione tra le 11.30 e le 12.00 per lanciare il “processo alle tecnologie didattiche”. chissà se qualcuno verrà a discutere. Dopo di me si è prenotato il collega Antonio Fini sul web2.
Aggiornamenti a venire.

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Pane al pane, vino al vino (4). B. G. Wilson e l’istruzione influenzata dalle visioni della conoscenza

Gianni Marconato commenti

Predichiamo costruttivismo e razzoliamo istruzionismo

Brent G. Wilson nel suo eccellente libro del 1996, “Constructivist Learning Environments”, un libro che ha influenzato non poco il mio pensiero (spero non tanto “debole”), proprio in apertura (pag. 4) offre una illuminante ed autorevole rappresentazione di come diverse visioni della conoscenza influenzino le nostre visioni dell’istruzione (instruction).

Wilson afferma che:

  • Se pensi che la conoscenza sia una quantità oppure un pacchetto di contenuti che aspettano solo di essere trasmessi, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come un prodotto da essere distribuito attraverso un veicolo
  • Se pensi che la conoscenza sia uno stato cognitivo come viene riflesso negli schemi e nelle abilità procedurali di una persona, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad un insieme di strategie didattiche finalizzate a modificare lo schema di quel individuo
  • Se pensi che la conoscenza sia un significato personale costruito nell’interazione con il proprio ambiente, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad una persona che lavora con strumenti e risorse all’interno di un ambiente ricco
  • Se pensi che la conoscenza sia un processo di acculturazione o di adozione di modi di vedere e di agire di gruppo, allora, il tuo orientamento sarà quello di pensare all’istruzione come ad una partecipazione alle attività di tutti i giorni di una comunità

Con questo post chiudo la serie sulla coerenza tra tra pensiero dichiarato ed azione, sulla molteplicità delle visioni e delle pratiche e sulla necessità di rendere esplicite e consapevoli le nostre “teorie implicite”.

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Pane al pane, vino al vino (3). Jonassen e le “vaghe assunzioni su come insegnare”

Gianni Marconato commenti

Predichiamo costruttivismo e razzoliamo istruzionismo

Jonassen collega la tematica delle “teorie personali” a quella della “conoscenza inerte” ed afferma, (citazione già fatta qui in “Conoscenze come ghiaia: materiali “inerti”) che la “conoscenza inerte” si manifesta per “ ….. la persistenza di rappresentazioni ingenue di fenomeni (“teorie personali”) in caso di apprendimenti superficiali che prendono il sopravvento sulle teorie scientifiche quando l’applicazione di quelle conoscenze avviene al di fuori dei contesti in cui sono state apprese” .

Sempre su problemi di didattica dovuti a debole fondazione concettuale della pratica, Jonassen, sta parlando del suo lavoro sul problem solving e sul ruolo dell’esperienza nella loro identificazione e soluzione, afferma che: “Faccio un esempio: gli insegnanti che incontro sono spesso esperti nella loro area disciplinare ma sono dei novizi per quanto riguarda la soluzione di problemi di didattica. Si potrebbe, quasi, dire che pochi professori sono esperti perché mancano di esperienza autentica. Infatti, il protocollo che usano per risolvere problemi didattici non è basato sulle teorie dell’apprendimento o sulla progettazione di messaggi ma piuttosto su vaghe assunzioni su come “insegnare”. Nella mia esperienza, questi assunti creano una barriera allo sviluppo di una comprensione più sofisticata sulla natura del problema. E’ molto difficile risolvere coerentemente un problema se non lo puoi definire. Non possono definire il problema perché non sanno come farlo. Incontro situazioni simili nel mio lavoro con i professori di ingegneria. A livello nazionale meno del 25% dei professori di ingegneria ha fatto pratica come ingegnere e questa mancanza di esperienza li porta a fare un insegnamento basato sulla trasmissione di contenuti organizzati gerarchicamente, non nel modo in cui sono usati dai professionisti dell’ingegneria. L’esperienza può essere acquisita solo attraverso una grande quantità di pratica riflessiva. Ecco il vero problema di un sistema di istruzione basato su assunti pedagogici errati”.

Ecco, quindi, alcune tra le cause del “predicare costruttivista e razzolare ostruzionista” e degli associati problemi di didattica: la scarsa pratica riflessiva, le “vaghe assunzioni su come insegnare”, lo strutturarsi di “teorie implicite” (rappresentazioni ingenue di fenomeni) sull’apprendimento.

Tutti motivi per cui sarebbe utile, prima di pensare all’uso delle tecnologie, ritornare al passato e ri-focalizzarci sull’apprendimento.

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Pane al pane, vino al vino (2). Le “teorie personali”

Gianni Marconato commenti

Predichiamo costruttivismo e razzoliamo istruzionismo

Perché tanto istruzionismo/comportamentismo nelle nostre pratiche didattiche?

Al di là di una certa furbizia e di una certa ignoranza, la vera ragione, quella su cui concentrare l’attenzione è da ricercare nelle “teorie personali” (o “implicite”) che governano il nostro umano comportamento.

Nella vita reale noi agiamo guidati dalle nostre credenze sulle regole che governano il mondo, dai domini della fisica e quelli delle regole sociali.

L’apprendimento, non sfugge a questa regola.

Quando progettiamo una intervento educativo, quando lo realizziamo, quando lo valutiamo, quando disegniamo sistemi educativi (se siamo politici), siamo guidati, lo vogliamo o no, in modo consapevole o – prevalentemente – inconsapevole, dalle nostre convinzioni (= teorie) su

  • cosa sia l’apprendimento,
  • come si generi,
  • come possiamo, noi insegnanti, agire per promuoverlo e sostenerlo.

Anni si scuola “istruzionista”, per un lungo periodo come “utenti” e, successivamente, come “fornitori”, hanno modellato le nostre teorie implicite e guidano, oggi, il nostro comportamento.

Insegniamo in un certo modo, spesso, non sulla basse di una scelta tra teorie epistemologiche o tecniche didattiche, ma perché …. non può essere che così.

Le nostre epistemological beliefs fanno si che non ci sia alcuna scelta didattica e che si agisca in modo automatico.

Come primo passo verso un cambiamento, credo sia necessario “sfidare” queste epistemological beliefs, portarle dal livello implicito a quello esplicito, valutarle nel confronto con evidenze ed altre posizioni e, se convinti, poter finalmente compiere una scelta pedagogica e didattica, magari confermando le nostre posizioni comportamentistiche che, come già detto, non sono nulla di peccaminoso o di serie B.

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Pane al pane, vino al vino (1). Shock epistemologici

Gianni Marconato commenti

Predichiamo costruttivismo e razzoliamo istruzionismo

Sono anni che, soprattutto in convegni, ogni premessa concettuale alla presentazioni delle cose mirabili consentite nella formazione in aula e, sopratutto a distanza dalle tecnologie casi, sembra sia d’obbligo agganciarsi all’epistemologia costruttivista.

Evidente, nell’immaginario collettivo i principi costruttivisti dell’educazione/formazione centrata su chi apprende e non sul “cattivo” insegnante e sugli ancor più cattivi contenuti, sull’apprendimento attivo e controllato dall’allievo, sulla considerazione degli apprendimenti e sul costruire su questi i nuovi apprendimenti …….. sono ritenuti particolarmente desiderabili e da far prevalere sull“istruzionismo”.

Sembrava (ed ancora sembra) quasi che “tecnologie” (didattiche) dovessero (debbano) fare il paio con “costruttivismo”.

Personalmente sono fermamente convinto che il paradigma costruttivista, diversamente da quello istruzionalista, possa apportare alle tecnologie usate con finalità di istruzione/formazione quel “valore aggiunto” che giustifica il maggior costo (economico ma, anche sociale) ad esse sempre associato.

Però, questo grande amore per il costruttivismo non lo vedo proprio in tanta pratica; lo vedo, e bene in evidenza, nelle premesse,nelle introduzione, nelle enunciazioni di principio, ma nella pratica, molto di meno.

Esempi?

Ricordo uno dei primi “shock epistemologici”, parecchi anni fa quando, in un convegno, un mega-boss IBM, invited speaker ed in posizione di rilievo, si lascia andare a venti minuti di appassionata, al limite del poetico, lezione sul costruttivismo, per andare veloce sulla presentazione di cosa stavano facendo: bieco, che più bieco non si può, istruzionismo. La delusione è stata grande perché non credevo, da vero ingenuo, che in onore del business si potessero compiere tali nefandezze epistemologiche.

Altro shock, ma per fortuna con effetti meno gravi (nel frattempo sono cresciuto e ci ho fatto il callo) al congresso SIe-L, lo scorso anno quando in una delle tante presentazioni ritenute meritevoli dagli organizzatori (una mia proposta era stata bocciata per “troppa fiducia nell’apprendimento collaborativo”) presentano un loro LMS evidenziando, come titolo di merito, il suo essere stato sviluppato secondo i principi del costruttivismo. Ne è seguita la descrizione dell’ennesimo e classico LMS comportamentista. Con alcuni colleghi ci siamo guardati negli occhi ed abbiamo concluso: dobbiamo aver letto i libri sbagliati sul costruttivismo …….

Allora: che bisogno c’è di dichiararsi “costruttivisti” quando si agisce da comportamentisti?

Non vedo alcun male ad essere comportamentismi; in fin dei conti si è in buona compagnia di Gagnè, Dick, Carey, Mager, Merril. Ma, forse, dichiarare, quando si vuole piazzare qualche prodotto, che ci si muove nel solco del comportamentismo, non è tanto cool.

Sembra proprio, non si possa, quando si propone qualcosa di innovativo, dichiaralo figlio del vecchio e tradizionale comportamentismo, ed allora, giù col costruttivismo ….

Piaget, Vygotskij, non rigiratevi nella tomba ……

Pane al pane, vino al vino.

Meglio se accompagnati da una fetta di buona soppressa trevigiana …..

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Abbattere gli LMS

Gianni Marconato commenti

Corrado si domanda se gli LMS siano integrabili nel Social Software (S_Sw) o se siano da abbattere.

Nel suo post ho commentato che, ad essere gentili, potremo dire che sono “oggetti” che servono a cose differenti. Ciò che può fare l’uno non può fare l’altro e viceversa.

In realtà, nella mia realtà, sono antitetici.

Qui avevo già scritto esprimendo poca simpatia didattica per lo strumento.

Più analiticamente e tempo addietro avevo argomentato con maggiore analiticità sulle basi concettuali degli LMS.

Assumendo un atteggiamento meno radicale (ma perché non parlar chiaro a 56 anni?…. tengo famiglia diceva qualcuno …) ho tentato recentemente di costruire un quadro d’insieme che non ponesse in antitesi gli LMS ad altri strumenti e sottostanti approcci

In breve, a me pare che le tecnologie siano oggi usate a due scopi, radicalmente differenti:

  • come supporto organizzativo-logistico alle attività didattiche (gestione delle iscrizioni, degli allievi, per le comunicazioni, per lo sviluppo e la gestione di contenuti, organizzazione delle attività, …..)
  • come strumenti per l’intervento diretto ed intenzionale nei processi di apprendimento (cognitive tools, simulazioni, numerose learning strategies – cognitive fexibilty hypertexts – case-based reasoning, social software, ecc.. ).

Gli LMS appartengono alla prima tipologia. Fin qui nessun problema: se uno strumento può essere utile per semplificare e rendere più efficiente un processo, perché non usarlo?

Il problema nasce quando si usa un LMS e si ha la convinzione di fare un uso “didattico” delle tecnologie. No, se ne sta facendo un uso “organizzativo”.

Allora come usare le tecnologie a scopo “didattico”? Questa è un’altra partita ed attiene alla vera “mission” di queste mio blog.

Rispondendo a Corrado, credo che non ci sia alcuna necessità di “integrare” ne, se proprio si vuole, di “abbattere” gli LMS. Se devo andare a Bolzano, prendo il treno, se ho fame vado al ristorante (quando posso permettermelo).

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Processo alle tecnologie nella didattica

Gianni Marconato commenti

Nel gran luccicare di applicazioni di web 1, 2 e 3, si leva qualche voce fuori dal coro che timidamente sussurra “il re è nudo …… nudo ……. nudo” (ndr: è l’eco che rimbalza in uno spazio vuoto ….).

Questa voce non mi lascia tranquillo e mi domando: e se fosse vero?

Tanti investimenti nelle scuole e pochi risultati, tante teorizzazioni e ricerche accademiche e scarso impatto, tanti libri e tanto auto-compiacimento, tanto costruttivismo predicato e tanto (bieco? si domanda Corrado Petrucco) istruzionalismo applicato ……

Il ricordo, allora, va ad una lettura di tempo fa; mi pare fosse e-learning di Marc Rosenberg (2000) in cui si domandava: le tecnologie digitali emergenti (eravamo ben 7 anni fa ….) sono l’ennesimo fallimentare uso didattico delle tecnologie? L’autore si riferiva ai film didattici, alla TV didattica, all’istruzione programmata ed ai CBT ed il suo warning aveva il senso di scongiurare il pericolo.

Adesso mi domando: quel avviso era una profezia e si è avverata?

Non è che sia solo la nostra innata tendenza allo spreco associata all’abitudine di considerare “soddisfacenti” anche risultati oggettivamente “scarsi” a non farci accorgere di quanto poco abbiamo ottenuto con le risorse (soldi, ma anche tempo ed intelligenza) che abbiamo immesso nei processi?

Non ho una mia idea precisa ma qualche dubbio si. Dubbio che mi piacerebbe dissolvere, o in un senso o nell’altro (no, nessuno spreco, solo processi di cambiamento/innovazione fisiologici, ovvero, spreco conclamato).

Come affrontare l’amletico dubbio?

Una proposta, già lanciata a Mario, riguarda una “riflessione” a luci spente sulla questione. Ci troviamo tra chi ci sta (5, 10, 15 persone, poco importa), un minimo di programma di lavoro, mezza o una giornata (anche di sabato) ed approfondiamo.

Lancio, quindi, l’idea di un vero e proprio “processo alle tecnologie nella didattica“. Chi sarà chi sosterrà l’accusa, chi la difesa, testimoni a carico ed a discarico e se anche la “giuria popolare” non arriverà al verdetto, poco importerà.

Chi ci sta? Raccogliete e fate girare la provocazione …..

Il 28 andrà al Barcamp di Genova e lancerò anche in quel luogo l’idea.

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Ritorniamo al passato?

Gianni Marconato commenti

…. cioè all’apprendimento?

E’ la prima reazione alla lettura dei gustosi post di Mario Agati (gustosi per la forma ed il contenuto) nel suo blog dai quali trasuda passione per il suo mestiere (insegnante) e le tecnologie ma trasuda, pure, una forte disillusione per l’uso che di quest’ultime si fa nella scuola e per le motivazioni dei suoi colleghi al loro uso.

Tanto che invita molte sue colleghe a lasciar perdere internet e prendere in mano l’uncinetto.

Mi domando, quando si rimane delusi da qualcosa, non è che siamo stati noi a sopravalutare la stessa? Ad attribuirne un valore improprio?

L’industria informatica (Piattaforme, Learning Object, servizi …) ha certamente molte colpe avendoci dipinto l’ultima tecnologia (quella digitale) come la vera soluzione per tutti i problemi della scuola, da quelli dei costi a quelli della sua qualità.

Ma anche noi, utilizzatori didattici di tecnologie abbiamo le nostre colpe.

Abbiamo pensato che Internet, LMS, e, per i più evoluti, WebQuest, Blog, Wiki, Social Software, Ontologie e Folksonomie, avrebbero risolto i nostri problemi di didattica, di relazione con un allievo sempre più “iperconnesso”, “multi-tasker”, “homo zappiens”…

Abbiamo pensato di bypassare, attraverso le tecnologie, la vera questione con cui si deve confrontare un insegnante: l’apprendimento. Cosa è, come si sviluppa, come si può attivare, favorire, sostenere …..

Nessuna carenza didattica, nessun buco pedagogico può essere colmato con una tecnologia.

Possiamo, anche, usare (come ho visto fare a miei “allievi”-insegnanti) le tecnologie per sopravvivere in una classe impossibile, per tutelare, giustamente, l’integrità psico-fisica, ma il problema della didattica rimane.

Prima di darci la risposta (le tecnologie), poniamoci la domanda (quale problema di didattica voglio affrontare)

Forse, dopo, useremo un po’ di meno le tecnologie ma le useremo bene ed in modo utile.

Ai nostri allievi ed a noi stessi.

La pubblicità dell’ultimo film di Ermanno Olmi dice (pressappoco) “Le religioni non hanno mai salvato l’umanità” continuando più in piccolo, “…. ma hanno aiutato a vivere”.

Mi piacerebbe si potesse dire lo stesso delle tecnologie usate in aula.

Mario, continua a scrivere ed a sollecitare pensieri non conformistici …….

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A chi la danno a bere

Gianni Marconato commenti

Rubo il titolo a L’espresso, n. 14 del 12 aprile 2007, pagina169.

In questo articolo, relativo al business alimentare (succhi di frutta, latte, bibite) leggo che una ricerca pubblicata su “PLoS Medicine” dimostra che, al pari dei testi sui farmaci, anche le ricerche in campo alimentare sono distorte da interessi economici ed hanno quasi otto volte più probabilità di presentare dati in favore di un prodotto se sono finanziate dalle industrie. Nell’articolo si compie la rileva che tutti gli studi finanziati da un privato ne assecondavano le sue aspettative e cita un certo David Ludwig del Children’s Hospital Boston che afferma: “Quando la scientificità degli studi è compromessa dai conflitti di interessi, la salute pubblica è seriamente minacciata”.

A questo punto mi scatta un conflitto non di interessi ma, a dirla con i costruttivisti, “cognitivo”.

Il mio pensiero va alla recente pubblicazione dei dati delll’Osservatorio e-Learning 2006 realizzato da AITech-Assinform (dal loro sito: l’associazione nazionale, aderente a Confindustria, delle aziende operanti nel settore dell’Information technology – tecnologie, servizi e contenuti per l’informazione – e si pone come interlocutore di riferimento, nei confronti del mercato e delle forze politico-istituzionali, relativamente alle problematiche che attengono l’innovazione del Paese) e dal CNIPA – Centro Nazionale per l’Informatica. Mi pare che l’indagine sia stata sostenuta anche dalla Sie-l, Società Italiana per l’ –learning (di cui sono socio).

Nell’Osservatorio si da una immagine ottimistica della diffusione dell’e-learning in Italia, in costante, anche se lenta crescita. Una rassegna stampa sull’evento è presente nella newsletter inrete.oggi/scuola/tecnologia/didattica del 21 marzo 07.

Dicevo di “conflitto cognitivo”: questo ottimismo ed entusiasmo per la diffusione dell’e-learning configge, solo nella mia mente, credo, con molte delle affermazioni che furono fatte in diverse occasioni al TED di Genova del novembre scorso e con molti dei commenti che anticipavano i dati di questo osservatorio.

Quanto lì sentito mi portò a titolare un post su questo blog : “l’elearnig è morto, viva l’e-learning”.

Non so più a chi credere, ma non vorrei che anche questa indagine ricadesse nella tipologia citata da “PLoS Medicine”. Chissà se i promotori dell’Osservatorio hanno interessi tanto diversi da quelli dei fabbricanti di succhi di frutta? Ovvero, che non si punti su quella viene chiamata “profezia auto-avverantesi”?

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Podcast e blog per "suoni poetici"

Gianni Marconato commenti

Roberto Didoni ha da poco dato vita ad un interessante integrazione di podcast e blog in uno didattico delle tecnologie. Nel suo “Suoni Poetici” scrive:

L’introduzione di Nuove Tecnologie nella scuola deve aiutare i docenti ad affrontare i problemi della didattica: promuovere e facilitare positive situazioni di insegnamento-apprendimento.
Questo avviene meglio se c’è un felice incontro tra le caratteristiche dello strumento tecnologico e la natura delle difficoltà di una specifica situazione didattica.
Proviamo ad applicare questa impostazione ad un caso concreto:
abbiamo, da un lato, il podcast, una risorsa tecnologica che valorizza l’oralità, e, dall’altro lato, una situazione didattica, l’insegnamento della poesia, che ne avrebbe un gran bisogno. Ecco trovato un felice incontro tra utilizzo delle tecnologie e problemi della didattica.
Da questa riflessione è nata l’iniziativa “suoni poetici”, un podcast per raccogliere e diffondere audiopoesie lette da docenti, da studenti, da artisti e da chiunque sia amante della peosia.

Bello didatticamente e bello esteticamente. Un vero piacere.

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I Barcamp(s) dilagano ovvero, un barcamp tira l’altro. Eccoci a Genova, il 28 di aprile dalle 10 alle 18. Un Barcamp al pesto, come dicono gli organizzatori.

Esempio di learning-network come dice Antonio, che mi ha mandato la segnalazione e che con un simpatico strumento del web2 ho tracciato il suo percorso di “accesso alla conoscenza”: Guardate il disegnino fatto su Gliffy.com

Ritornando a Zena (la z va pronunciata come la s di rosa), lo spirito dei promotori è accattivante: informale, sociale, trasversale. Come dire: perchè apprendere deve far rima con soffrire? Non viene bene neppure linguisticamente…
Mi sa che mi butto e propongo qualcosa …..

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Dove mangio a Firenze

Gianni Marconato commenti

Alcune scoperte e qualche conferma durante una recente escursione fiorentina.
Due posti autentici, vere trattorie che, anche se oltre ai locali hanno una folta clientela internazionale, hanno mantenuto lo spirito, la sostanza, la forma ed ….il prezzo delle vecchie osterie. Grazie anche a Giovanni, un collega che non smentisce il suo valore anche a tavola. Crostini con i fegatini, finocchiona, ribollita, pappa con il pomodoro, trippe in varia concia la classica bistecca ….

  • Coco Lezzone, Via del Parioncino, 26. Tel. 055 287178. Qui il menù ricorda che … il trillo dei cellulari disturba la cottura della ribollita. No caffè, no carte di cerdito
  • Sostanza – Troia, Via dei Porcellana, 25r. Tel. 055 212691

Un po’ meno trattoria e più ristorante ma sempre nel segno della tradizione e della bontà:

  • Trattoria 4 Leoni, Piazza della Passera (si, avete letto bene). Tel. 055 218562 (appena oltre Ponte Vecchio)
  • Trattoria 13 Gobbi, Via dei porcellana, 9r. Tel 055 213204

i’ Toscano, Via Guelfa 70r – 055 215475. Nella vera tradizione fiorentina, dai crostini di fegatini alla ribollita, dalla fiorentina al peposo all’Impruneta. Ma ad entusiasmarmi,m l’ultima volta che ci sono stato, è stato il pollo fritto alla fiorentina. Pollo disossato a pezzi impanato con farina di riso (assorbe meno l’olio, ce lo insegnano i cinesi) in cui sono stati mescolati rosmarino e salvia a pezzettini e fritto in abbondante rosmarino e salvia, tutto nel piatto ma solo quest’ultima commestibile. A guarnire il piatto, degli spaghetti fritti, una innovazione che non disturba. Con 30 euro si esce più che sazi. Tra San Lorenzo e Piazza san Marco.

Trattoria Mario, Via Rosina 2r – 055 218550, inutile prenotare a mezzogiorno, ci si mette in lista d’attesa e prima o poi ci si potrà accomodare (ordine di messa in lista rigorosamente rispettato). Autentica cucina casalinga; si mangia genuino, saporito e digeribile anche se a contatto di gomito e dividendo il tavolo con altri avventori: per il costo (sui 20 euro), è giusto che nessun posto non vada venduto, almeno negli orari di massimo afflusso. A pochi passi da San Lorenzo.

Trattoria Palle d’Oro, Via Sant’Antonino 43r – 055 291985. Inutile coda (a pranzo) ma, da quel che ho visto passare ed ho odorato nell’inutile attesa, merita una visita. Si mangia in piedi al banco nella parte anteriore del locale, seduti – se si riesce a farsi largo – più avanti. Nei pressi di San Lorenzo.

Trattoria Enzo e Piero, Via Faenza 105r – 055 21401. Dalle parti della stazione ferroviaria. Uno dei miei posti “tradizionali”. Ottima cucina toscana. La miglior pappa al pomodoro mai mangiata.

Trattoria Marione, Via della Spada, 27r, 055 214756. Centro storico. Anche qui nel solco della più schietta tradizione. Turisti ma tantissimi indigenti. Sontuose fiorentine (nel senso di bistecche) e bollito misto fiorentino con salsa verde. Da divertimento.

Un buon bicchiere di vino ed un “cicheto” (stuzzichino, per i non veneti) alla cantina e forno Cantinetta del Verazzano. Via dei Tavolini, 18r. Tel 055 268590. Vicino a Piazza della Signoria

Un buon gelato, per chi non vuole ritornare al “solito” ed eccellente Vivoli, (vicino Santa Croce), un nome nuovo: “GROM, Via del Campanile, 2 (vicino al Duomo ed al Battistero). Solo prodotti di base freschi e di stagione. Da provare il gelato al pompelmo. Una catena nazionale, ma di ottima qualità.

Fuori Firenze, a Prato, grandiosi cantucci al forno – biscottificio Antonio Mattei, Via Ricasoli. Dettagli da Giovanni.

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Barcamp a Marghera

Gianni Marconato commenti

Il vulcanico Gigi (al secolo Luigi Cogo) questa volta si è inventato un Barcamp. Sará il 14 maggio a Marghera, al centro Vega. Sono molto curioso e pur capendoci poco di riuso, TCO, federazione applicativa, …….c’andrò per fare esperienza con questa forma di convegno “democratica” e “dal basso” . Nessun keynote speaker, niente programma ufficiale. Idee a ruota libera, si seguono gli interventi che più interessano. Tutti relatori, tutti ascoltatori….
Il tema è “CONDIVIDERE LA CONOSCENZA. UN’ OPPORTUNITÀ PER DIFFONDERE LA CULTURA DIGITALE”
L’organizzazione è della Direzione Sistema Informatico di Regione Veneto, di cui Gigi è una delle colonne portanti ed uno dei “visionari”.

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Webquest si, webquest no

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Corrado Petrucco nel suo blog scrive “Contro le WebQuest” . In un mio commento nel suo blog, pur dicendo di condividere la sue riflessioni sulla natura de-strutturata del web e, soprattutto, che nella vita reale le persone, nel fronteggiare un problema, non si troveranno di fronte ad un insieme ordinato e selezionato di link. Condivido, anche, che il web è e va inteso come “flusso” e non come insieme statico di risorse ..
Non sono, però, d’accordo quando afferma che le WQ sono tutto fuorché quello che dovrebbero essere e cioè da usarsi quando va appreso(cito letteralmente nel corsivo):
-Quando è necessaria una certa informazione
-Dove e Come cercarla
-Come valutarla
-Come utilizzarla ed integrarla efficacemente nelle strutture concettuali

Non condivido, di conseguenza, questa sua conclusione : “Meno WebQuest, più educazione ai social networks, grazie“.
Perché?

  1. Non vedo nessuna conflittualità tra i le due “cose”, non solo perchè il social networking è “anche” e sopratutto una “filosofia” e le WQ una tecnica didattica, ma perchè sul piano della didattica, i due “strumenti” sono utilizzabili in contesti differenti ed in uno specifico contesto uno dei due può essere più adatto dell’altro; niente quindi, il modello “o questo – o quello”, ma “…dipende”;
  2. Le WQ sono molto di più che una modalità didattica per sviluppare la così detta “Information Literacy”(i 4 punti in corsivo qui sopra). Possono servire anche a questo ma, a mio avviso, nella mia comprensione e nel mio uso, le WQ sono molto di più e sono molto più “ricche” dal punto di vista didattico;
  3. le WQ sono un approccio (strumento, strategia, metodo, …) didattico in cui chi apprende segue un percorso aperto e personalizzabile e l “‘ingabbiatura” data dalla lista di risorse predisposta dall’insegnante e consultabili per lo svolgimento del “compito” non “chiude” ne struttura rigidamente il lavoro dell’allievo. Il modello WQ, anche nella sua forma ortodossa, prevede differenti gradi di apertura delle risorse esplorabili;
  4. le WQ hanno l’enorme valore di rappresentare una forma di didattica centrata sull’allievo, in cui lo stesso ha un ruolo attivo, in cui si approccia una tematica attraverso scoperta, in cui si costruisce un artefatto e non si è passivi fruitori di un elaborato sviluppato dall’insegnante ( e potrei dilungarmi ma non sto scrivendo un saggio sulle WQ) .

Le WQ consentono, inoltre, di contrastare un uso (scolastico) del web che si concretizza nel modello “copia ed incolla” e rispetto a questo rappresentano già una forma evoluta del suo uso.
Le WQ, sono, inoltre, un approccio soft all’uso delle tecnologie in classe quando ne insegnanti ne allievi sono tanto skilled nelle IT, ne dal punto di vista tecnologico che pedagogico e didattico.

Non mitizzo il valore delle WQ: sono, come tanti altri, degli “strumenti” didattici, utili in alcuni casi, meno utili in altri. Inutili del tutto in altri.

Forse, le WQ hanno un valore contingente, nel senso che oggi rappresentano una strada fattibile di uso didattico delle tecnologie. Domani potrebbero essere superate. Non dimentichiamo che altri strumenti/approcci sono, oggi, culturalmente troppo avanzati per la consapevolezza e la conoscenza “media” e sono riservati ad una elite.
In questo senso, le WQ, possono essere un approccio maggiormente “democratico”.


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